mi dirigo verso la cucina. Nel buio.

Sempre più spesso mi capita di svegliarmi di notte con una irrefrenabile voglia di qualcosa di buono, di dolce. Dicono che sia mancanza di affetto o forse è solo un difetto del mio ritmo circadiano del metabolismo del glucosio. Fatto sta che, nonostante gli immani sforzi di volontà che una ormai lunga serie di fallimenti avrebbe dovuto farmi accettare come inutili, cedo. Mi alzo, vado in bagno a fare pipì poi, a capo chino, affranto dal peso della mia debolezza, mi dirigo verso la cucina. Nel buio.

Sì nel buio! Perché se proprio devo dare un così miserevole spettacolo di me, almeno nessuno mi veda, nemmeno io!

Qualche tempo fa ho accolto con grande sollievo la notizia che “la stessa Ferrero invita a non metterla mai in frigo perché il freddo la fa solidificare rendendola difficile da spalmare e contribuisce ad alterarne il sapore” (cit.) evitandomi così l’operazione fin lì faticosamente messa in atto di aprire/estrarre/chiudere il frigo ad occhi chiusi per evitare che la luce interna rompesse l’equilibrio dell’autostima. Senza contare poi che a volte l’intervento di mani estranee, mia madre, la donna, aveva inopinatamente alterato la posizione abituale rendendo tutto questo ancor più inutile.

Conquistato il vasetto, la prassi sperimentata richiede semplicemente l’uso di un cucchiaino, piccolo, molto piccolo, per permettermi di approfittare a piccoli sorsi della dolcezza della mia depravazione. Anche se dico a me stesso che più piccolo il cucchiaino meno ne mangio, evito sempre accuratamente ogni forma di banale contabilizzazione. Il vizio non si misura, si gode.

Ma l’altra sera è successa una cosa, un disastro!

Stavo tornando verso il letto come sempre ad occhi semichusi, tanto la strada la so ben a memoria, quando il silenzio della notte è stato improvvisamente rotto da un atroce ululato accompagnato da una orribile sensazione di disequilibrio, come se mi fosse venuta a mancare la terra sotto i piedi.

Di colpo ho spalancato gli occhi! Un subdolo raggio di luna infilatosi ad arte attraverso lo spiraglio delle tende ghignava sarcastico al mio indirizzo, rimbalzando sullo specchio dell’attaccapanni in corridoio. Orrificato ho dovuto constatare che era tutta lì! Disposta in un abbraccio consolatorio ma non per questo meno mortale, la Nutella era tutta lì. Proprio sopra l’elastico dei pantaloni del pigiama. Difendeva i miei fianchi come una cintura di protezione, un salvagente nel mare tempestoso delle frustrazioni quotidiane.

Ma che cosa dico! Chi voglio prendere in giro? Devo chiamare le cose con il proprio nome, essere sincero almeno con voi, se non riesco a esserlo con me stesso: un enorme fascia di tessuto adiposo, primo passo verso la mia immedesimazione nell’omino della Michelin, circondava la mia vita. E qui mai parola bisenso ha avuto più senso. Circondava la mia vita, definiva la mia vita, condizionava la mia vita.

Ma in quel momento avevo altre priorità. Piangermi addosso, maledire la luna, progettare programmi a medio termine di maggior movimento, definizione di una dieta accurata, eliminazione via pattumiera di tutte le tracce dei misfatti pregressi, corruzione della bilancia, tutte azioni sicuramente necessarie per superare il momento drammatico, dovevano aspettare la soluzione della domanda che mi si presentava immanente. Che cosa cazzo era successo? Che cosa era stato quell’urlo? E che cosa mi aveva disequilibrato?

Accesa la luce la cui assenza era ormai inutile, ho capito. Avevo pestato un giochino gommoso e sibilante del cane, del maledetto cane!

Non penserete mica che io abbia un cane, abitualmente? Ma è che sono buono, troppo buono. Il mio amico Tommaso era dovuto partire con inesistente preavviso per un viaggio, a suo dire importante, ma Tommaso è uno di quelli che si dà pieno di arie, come se facesse chissà quale fondamentale lavoro, un importante viaggio di lavoro, appunto. E mi aveva chiesto se potevo, per tre o quattro giorni non più, tenergli il cane. La domestica che lo teneva di solito era in vacanza in Ucraina, sua mamma, di Tommaso, era al mare con un nuovo fidanzato, e non vorrai mica che lo lasci in una squallida pensione per cani che chissà come me lo trattano e magari ci sono cagnacci aggressivi lui non è abituato e poi non è mai stato con estranei e poi che cosa vuoi che siano tre o quattro giorni magari ti fa anche un po’ di compagnia te che sei sempre solo e anche io sono via poi lo sai che con un cagnolino così si cucca facile l’ho praticamente addestrato ad abbordare solo belle gnocche.

L’ho fermato perché sarebbe stato capace di andare avanti per ore e poi sapevo che avrei comunque ceduto; sono buono, troppo buono.

E così mi ritrovo qui, nel mezzo della notte, colpevole e seminudo, con il cuore ancora in subbuglio per lo spavento a incrociare lo sguardo incrostato di odio, il mio non il suo, con il cane. Sì perché lui, anzi lei, subitaneamente materializzatasi ai miei piedi, al contrario mi guarda tutta allegra, scodinzolando a mille, certamente credendo che il fischio assordante emesso poc’anzi dal suo gioco fosse null’altro che un invito a giocare. Io giocare con lei! Seminudo! Nel mezzo della notte! Cane è stupida!

“Cane, sei stupida! Ti ho detto mille volte di non lasciare in giro le tue cose!”. Che sentendomi poi parlare così a un cane, chiamandola per di più Cane, non è che io mi dimostri molto più sveglio, anche se sveglio ormai purtroppo lo sono definitivamente.

La chiamo Cane perché mi rifiuto di usare il nome che le ha dato Tommaso e chiamarla con un nome diverso mi sembrerebbe irrispettoso oltre che a innescare potenziali crisi di identità, come mi dicono gli esperti.

Sì perché Tommaso l’ha chiamata Lupo, nome incongruente con il genere, e forse è per questo che cerca sempre di fare pipì in piedi come i maschi, alla faccia della potenziale crisi di identità, ma soprattutto con l’aspetto. E’ un buffo cagnetto, il pelo bianco e nero tendenzialmente arruffato, il ciuffo che quasi gli copre gli occhi a palla e le zampette corte e storte che conferiscono alle sue corsette un’andatura tra il barcollante e rimbalzare elastico di una palla di caucciù, lo fanno sembrare più un peluche animato che un essere vivente. (E se a qualcuno può sembrare di riconoscerla dalla descrizione, non preoccupatevi: è un’altra storia o un’altra vita).

Ma l’ha chiamato Lupo perché avere un cane Lupo in casa, dice lui, lo fa sentire più tranquillo, protetto. Tommaso è fatto così, detesta la solitudine, anzi ne ha paura. Anche da qui la stupida idea dello stupido cane con quello stupido nome.

Io no, me la cavo benissimo da solo, credo, e non ho bisogno di uno stupido cane per farmi compagnia, credo.

Davanti a me il vasetto di Nutella, Cane, seduto sulla sedia a fianco, si serve con delicatezza delle fettine di mela che le ho accuratamente preparato (Nutella no! Fa male ai cani!).

La Verità finalmente risplende sul tavolo della cucina.

a incrociare lo sguardo incrostato di odio con il cane