ombre verdi, rosse e blu sulla paccottiglia d’argento ordinatamente schierata

Non era programmato; mi era saltato un appuntamento non lontano e ho deciso di passare.

Forse ero ancora arrabbiato per l’appuntamento saltato, forse pensavo ad altro, non mi ricordo, non ne sono sicuro, sta di fatto che sono entrato senza suonare, come di solito faccio.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il buio, non era proprio buio, era come entrare in un mondo cupo, dove non mancava la luce: era stata sottratta. Non ci avevo mai fatto caso prima; c’era sempre stata una plafoniera accesa e la lampada liberty sul tavolino antico nei cui cassettini si erano accumulati anni di oggetti forse inutili ma che non sembrava giusto buttare e che non avevano davvero trovato un posto migliore. La lampada liberty suscitava riflessi di legno lucidato e morbide ombre verdi, rosse e blu sulla paccottiglia d’argento ordinatamente schierata a richiamare memorie di altre case lontane.

Certo è stato quel buio inatteso che mi ha tolto il fiato, e mi ha costretto in gola il mio “ciao, come va?”, proposta di finta gaiezza consuetudinaria, accettazione ben educata di forma adeguata alla situazione, come per indossare una maschera comoda a restare in superficie che poi a strapparla via faceva sempre un po’ male ma c’ero abituato.

Ed è in quel silenzio buio che ho sentito il fruscio. Poi l’ho distinto: era un passo, un passo incerto e un po’ strascicato, un passo vecchio? Mi sono immerso nel buio verso il rettangolo appena più chiaro della porta che dà sulla cucina e da lì l’ho intravisto. Lui deve avermi sentito e si è voltato, per un attimo il suo guardare è sembrato inquieto, subito si è mutato: sorpreso, colpevole, assente, sprezzante. Conoscevo ogni messaggio del suo sguardo, dei suoi sguardi. Avrei potuto scriverne un romanzo o forse meglio un saggio scientifico, e di ognuno sentivo su di me il bruciore. Ogni suo sguardo era sempre stato per me come un’accusa, spesso una condanna. Ma forse lui non lo sapeva, non poteva vedere dietro la mia maschera.

Era già tardi nel pomeriggio ed era ancora in pigiama, con la sua orribile, ma lui la trovava elegantissima, giacca da camera di lana scozzese, buia come l’ingresso, triste come un ospedale. Credo proprio di avergliela vista solo le due volte che mi sono costretto ad andare a trovarlo in ospedale, lui non avrebbe voluto, se la poteva comunque cavare benissimo da solo, ma non ho fatto in tempo a domandarmi, tanto meno a domandargli, se stesse poco bene, ché, senza un suono, è uscito dalla mia vista, verso le camere.

Sono rimasto stupido, con addosso il bruciore del suo sguardo, domandandomi che cosa fosse “giusto” fare: andarmene, aspettare, urlare. Se avessi potuto fare quello che sentivo di voler fare avrei urlato, non so esattamente perché e non so esattamente che cosa ma ero stato educato, ben educato, a fare sempre la cosa “giusta”. Quindi ho aspettato. Mi sono tolto l’impermeabile e l’ho correttamente appeso all’attaccapanni in ingresso, sono tornato in cucina e mi sono seduto correttamente, schiena eretta, su una sedia, molto in punta pronto ad alzarmi quando fosse stato necessario, anche a scappare, se necessario.

Non mi sembrava che tutto questo avesse preso tanto tempo, fatto sta che lui è rientrato subito, almeno così mi è parso, vestito di tutto punto. Da qualche anno aveva rinunciato alla giacca anche in casa e alla cravatta almeno nei mesi caldi, poi lentamente, un poco alla volta, alla cravatta anche d’inverno, e d’estate l’avevo visto qualche volta con una camiciola a maniche corte. Per questo ero arrivato a regalargli per un compleanno una polo, Lacoste, naturalmente, blu scura, naturalmente, non avrei certo osato niente di meno “elegante”. L’eleganza, nel vestire, come nei modi e soprattutto nelle idee, nei pensieri, era il suo credo profondo. L’ha anche indossata la polo blu Lacoste, due volte: quando sono andato a trovarlo la prima volta dopo quel compleanno, perché non sarebbe elegante non dimostrare di aver apprezzato un regalo, e al compleanno successivo. E sembrava che gli avesse fatto stampare sopra “di questa roba ne ho già abbastanza, caso mai non avessi capito”. Ma avevo capito, benissimo, e gli avevo portato come regalo un cardigan di cachemire leggerissimo (lui l’avrebbe scritto così, non sopportava l’anglicizzazione della lingua, non era elegante, come scrivere cashmere), blu scuro, naturalmente.

E’ rientrato subito con le sue scarpe nere correttamente lucidate, i suoi pantaloni grigi correttamente stirati, camicia bianca, quel cardigan di cachemire blu scuro, il suo passo baldanzoso, il suo immancabile sorriso e “Ciao, come mai questa sorpresa?”. Io mi sono alzato, ben educato.

Null’altro, nulla che avrebbe potuto far pensare che io avessi potuto intravedere il vecchio che circolava in quella casa, come fosse invisibile, come se avesse voluto renderlo invisibile, cancellarlo dalla mia, e dalla sua, memoria.

Ho risposto che “Sai, passavo in zona, scusa se non ti ho avvisato prima”, avrei dovuto avere la voce incerta e lo sguardo basso, vergognoso di una colpa non mia, ma che lo sguardo del vecchio intravisto per un attimo mi aveva caricato come tale. Ma sono certo, come ero certo, che nulla del mio sentire passava attraverso la maschera.

Abbiamo scambiato le solite due battute sul tempo, sui libri in lettura, non sulla politica, poco elegante, tanto meno sulla salute “non parlare mai della tua salute a meno che non sia ottima” diceva spesso. Né del vecchio invisibile.

E improvvisamente mi sono reso consapevole che la maschera lavora nei due sensi: ti nasconde agli altri almeno quanto ti nasconde gli altri. E che doveva essere così anche per lui. Certo sapevo che anche lui indossava una maschera con me, con tutti, ma solo in quel momento ho sentito che era la sua maschera che gli impediva di vedere me e la mia maschera o forse solo gli permetteva di fare finta di non vederci.

Ma adesso tutto cambiava, tutto poteva cambiare. L’avevo visto, intravisto, senza maschera e lui lo sapeva e io sapevo che lui lo sapeva. Quale occasione migliore per aiutarci a toglierci le maschere, dolcemente, senza strappi, con tutto quell’affetto che ero certo, sono certo, era rimasto sotto le maschere, nascosto?

Ho lasciato che la mia domanda filtrasse da sotto la maschera ma forse non ci sono riuscito. D’altronde che vuoi cambiare alla nostra età, io ho sessantaquattro anni, lui va per i novanta, elegantemente portati.

“Ciao, ci vediamo domenica l’altra, prima chiamo”, ho ripreso l’impermeabile e sono uscito. Se piangevo nessuno lo avrebbe visto, sotto la maschera.

Ho lasciato che la mia domanda filtrasse da sotto la maschera