una tavola blu ma blu proprio blu scuro scurissimo

Si è seduta cinque o sei panche davanti alla mia sulla barca che ci porterà a fare il giro delle isole.

Mentre a terra aspettavamo l’imbarco avevo colto il bagliore della sua camicetta spudoratamente arancione che spiccava tra i bianchi, i neri, i grigi e gli spenti pastello di questa massa informe di vecchie membra artificiosamente eccitate dall’avventura.

Mi sembra l’unica buona ragione di essere qui, adesso.

Quando Claudia mi ha lasciato era troppo tardi per disdire la vacanza e visto che era stata proprio la vacanza la causa, avevo stupidamente deciso di venirci da solo. “Chissà – aveva detto con quella sua vocina languida e lo sguardo seduttore da cartone animato -, magari dopo una settimana insieme ci verrà voglia – ma chiaramente intendeva “ti” verrà voglia – di continuare anche a casa”. Avrei voluto rispondere con una battuta ma deve essermi uscita male e l’ho vista alzarsi di scatto e infilare la porta con gli occhi lucidi. Non l’ho più sentita da allora.

Quindi sono qui da solo in questo posto da vacanze incantate, almeno così c’è scritto sui depliant, in mezzo a mazzi di pensionati variamente raggruppati e coppiette che viaggiano praticamente fuse l’uno nell’altra.

La gita in barca è una delle poche attività alternative all’insolazione o al sonno, di leggere non ho proprio l’animo.

Sotto il sole a picco: “Hai visto come sembra alto il sole – dice la megera a fianco a me mentre si sparge il terzo strato di crema – che sono solo le nove, ora solare”

Sotto il sole che sembra a picco, sul mare che sembra una tavola blu ma blu proprio blu scuro scurissimo, il bianco sfolgorante della barca assorbe tutti i colori, tranne l’arancione della sua camicetta.

Ma c’è qualcos’altro che mi solletica in lei; non riesco a capire che cosa: la camicetta oversize me ne nasconde le forme, il cappello di paglia e gli occhialoni me ne nascondono il viso, seduta sulla panca là davanti non vedo altro.

Poi capisco: è sola! Sembra sola, almeno. Faccio un rapido controllo tutt’intorno e trovo la conferma che, oltre a me e al marinaio, è l’unica persona sola, o che sembra sola, sulla barca.

Approfitto del fatto che di spalle non può vedermi per fissarla oltre il consentito dalle buone maniere; vorrei leggerne l’anima, scoprirne la storia, condividere le sue sensazioni. E sento che, stupidamente, un noto senso di oppressione mi preme sul respiro. Da quando ho memoria ogni piccola paura, ogni piccola aspettativa fanno nido nel mio petto, pesano, mi rallentano, a volte fino a bloccarmi.

Ma adesso? Paura de che? Aspettativa de che?

Quando Claudia se n’è andata ho provato per un po’ sorpresa, poi rabbia, poi un artefatto sollievo, poi basta. Sono partito vuoto di emozioni e così ho vissuto questi primi tre giorni di vacanza. Non capisco da dove mi esca questa roba: per una camicetta arancione della cui proprietaria non conosco nulla? Né il viso, né il corpo, né l’età, per esempio, magari è razzista o volgare, oppure ha qualche decennio più di me, o meno.

Continuo ad osservarla mentre si sfila la camicetta. Ecco! Lo sapevo! E’ tatuata! Se c’è una cosa che proprio non sopporto sono i tatuaggi! Anche se i suoi, che pure non sono minuscoli, sembrano in qualche modo “leggeri”.

Intanto i suoi movimenti, la cura con cui piega la camicetta e lo scorcio di viso che intravedo mentre la appoggia sulla panca, mi parlano bene di lei.

Vedo che porta sulla pelle delle forme armoniose e delle parole, alcune sembrano disposte come versi di una poesia, da lontano non distinguo. Vorrei leggerle tutta la pelle e se per farlo dovessi sfilarle il reggiseno, arancione in perfetto pendant con la camicetta, e tutto il resto che continua a restarmi nascosto, lo farei certamente con la cura e l’attenzione che dedicherei ad un libro prezioso.

Mi sforzo di non avvicinarmi. Anche quando scendiamo a terra per la sosta prevista mi tengo alla larga, non so perché. Qualcuno si butta a mare, molti si precipitano sul chioschetto per un caffè o un gelato, qualcuno sulla spiaggia offre al sole le parti del corpo che sulla barca erano protette. La megera si sparge il sesto o settimo strato di crema.

Cercando di non farmi sorprendere, ma dovrei sapere che deve avere già da un pezzo sentito il mio sguardo invadente, vedo che sfila le gambe, niente male per la verità, dai pantaloncini bianchi lasciando apparire il pezzo sotto del bikini arancione. Anche quello mi parla bene di lei, sottolinea con naturalezza dei glutei ben fatti non come quegli orribili tanga, almeno una volta si chiamavano così, che tante ostentano sulle spiagge anche senza poterseli davvero permettere.

Di colpo mi sento colpevole, stupido, violentatore, come il classico maschio che si sente in diritto di valutare, giudicare ogni donna gli capiti sotto gli occhi.

Chiedo virtualmente scusa alla sconosciuta, a Claudia, a tutte le fidanzate e amiche con le quali ho affrontato il tema e a tutte le donne che nel corso della mia vita ho offeso, anche solo involontariamente. E stacco la spina dell’attenzione alla sconosciuta. Peccato; mi è rimasta la curiosità di leggere i suoi tatuaggi.

A questo punto me resto in piedi a guardare il mare aspettando che sia l’ora di risalire in barca. Sono così concentrato nel non pensare a lei che non mi accorgo che mi si sta avvicinando. “Scusa” mi dice. Mi giro di scatto verso di lei, ha lo sguardo serio, istintivamente faccio un mezzo passo indietro e freno il gesto di alzare le braccia a proteggermi il viso. “Mi accompagneresti al bar?” So di essere a bocca aperta con lo sguardo ebete ma non riesco a fare altro, la stretta alla bocca dello stomaco mi sta bloccando. Dopo due secondi si sta muovendo senza un cenno di sorpresa o disappunto, senza aspettare la risposta che, in ritardo, riesco a sputar fuori: “Certamente” e riesco anche ad aggiungere “Con piacere”. Lei fa un impercettibile cenno con la testa e salta un passo per darmi il tempo di cominciare a seguirla. Mi precede al chioschetto senza darmi più attenzione.

Arrivata al banco mi fa: “Io prendo un caffè, tu?” Non so, non ne ho idea, il caffè non mi piace, lo prendo solo qualche volta dopo pranzo se sono con i colleghi e mi sto dicendo che sono un cretino che potevo approfittarne per guardare da vicino i suoi tatuaggi e che dovrei anche trovare qualcosa da dire e vedo che il suo sguardo rimane serio, non serio, inespressivo, forse sta diventando impaziente, deve cominciare a credere che sia deficiente, ed è vero, sono deficiente, per questo sussurro “Anch’io, grazie”.

Ordina i due caffè, non ci guardiamo, non parliamo, arrivano i caffè. “Posso?” dico io, il cretino, facendo il gesto di voler pagare. “Non se parla neanche, ti ho chiesto io il piacere” Il tono della voce e lo sguardo mi dicono che è davvero meglio non insistere.

Prende il suo caffè e si dirige verso un tavolino vuoto, non ha certo bisogno di controllare per sapere che la sto seguendo.

Ma stavolta non mi frega, visto che la seguo riesco a leggere quel tatuaggio che da lontano mi era sembrato il testo di una poesia

Accadde in quell’età…
La poesia venne a cercarmi.
Non so da dove sia uscita,
da inverno o fiume.

Questa volta la stretta al petto è più violenta; avevamo, o meglio Claudia aveva, programmato la vacanza nelle Eolie proprio perché innamorata di Neruda, per vedere la casa rosa del postino, e adesso questo.

Non so che cosa fare: dirle che ho riconosciuto la poesia, oltre a farmi sembrare uno sborone, mi farebbe confessare di averle letto i tatuaggi e in questo momento mi sembrerebbe come ammettere di averla spiata, guardata nuda, di nascosto. Potrei prenderla alla larga, visto che in barca ci hanno riempito la testa con la storia del film, potrei chiederle se lo ha visto e poi, magari, se le piace la poesia e, che so, se le piace Neruda. Ma no, non riuscirei mai a sembrare naturale.

Beviamo i nostri caffè in silenzio.

Dopo un po’ si alza, mi ringrazia (ma de che?) e sempre senza espressione si allontana. Questa volta è chiaro a entrambi che non devo, non posso seguirla.

Risaliamo in barca riprendendo i posti dell’andata, io guardo sempre altrove. Quando scendiamo trovo il suo sguardo e il suo cenno di saluto.

Tornato in albergo telefonerò a Claudia.

e, che so, se le piace Neruda