
Da lontano gli era apparsa come una macchia nera sul candore splendente del sagrato della chiesa di San Giovani Battista. L’unica forma in movimento nella luce accecante del pomeriggio leccese. In movimento lento, rettilineo, sicuro.
Era stata proprio la sensazione di sicurezza, avrebbe potuto dire di autorevolezza, che il movimento di quella forma gli trasmetteva, che l’aveva spinto ad accelerare il passo contrastando la resistenza del caldo avvolgente, per riuscire ad avvicinarsi abbastanza da osservarla meglio prima che si infilasse nel portone della chiesa dove evidentemente era diretta.
Pian piano era riuscito a metterla a fuoco come stesse emergendo dalla coltre di calore che opprimeva la scena; già, sembrava proprio una scena di un film. Forse un western ambientato in un futuro surreale.
Era una anziana signora, definirla “vecchietta” gli sarebbe sembrato irriguardoso, completamente vestita di nero. Piccolina, magrolina, quasi disseccata da decenni di disidratazione sotto il sole, nell’aria secca del sud. L’abbigliamento sembrava uscito dalla brochure promozionale di uno dei tanti piccoli borghi del Salento: total black, naturalmente, golfino, di cotone, aveva sperato per lei, sopra un grembiule fino a metà caviglia, calze coprenti, indefinibili calzature a metà tra una ciabatta e un mocassino. A coronare il tutto un velo di pizzo trattenuto sotto il collo per i lembi da una mano ossuta, come sembrava essere il resto del fisico.
Ma era sotto quel velo che un paio di particolari creavano una dissonanza percettiva rispetto all’immagine stereotipata: il ciuffo di capelli che si intravedeva, sbarazzino, di un candore abbagliante, esaltato dalla luce violenta, brillava ancor più del marmo di quel sagrato cocente. Sul volto un’aria serena, quasi un sorriso uniformemente distribuito su ogni elemento di quel paesaggio ruvido. E su ogni singolo pezzetto del mondo che la circondava, anche lontano.
E si era ritrovato a pensare a quante persone avesse quella donna incontrato nella vita. Era certo che molte di loro avevano lasciato quelle terre a inaridire; forse lei stessa se ne era andata per il mondo, per un qualche periodo della sua vita, prima di tornare ad asciugare le ossa ancora a casa.
Perché era certo che lei fosse di qui, troppo somigliante allo stereotipo di donna del sud per lasciar ipotizzare origini diverse. Certo che quel ciuffo. E quel sorriso. Era anche certo, senza ragione, ma le sensazioni che stava provando non avevano spazio nei luoghi della ragione, che quel sorriso lei se lo fosse portato appresso tutta la vita, in ogni luogo ed in ogni situazione fosse stata.
Chissà, forse se ne era sempre rimasta qui, tra Brindisi e il Capo di Leuca. Forse aveva vissuto una vita senza scosse, marito, figli, tradimenti o lutti devastanti.
Aveva fatto appena in tempo a raccogliere questa ondata di immagini, sensazioni, domande, prima che la donna si infilasse nella chiesa. Era rimasto lì, pietrificato al sole, sopraffatto.
Dopo un po’ aveva alzato lo sguardo intorno: sull’angolo estremo del sagrato si innalzavano due sottili lastre di marmo, candide come tutto il resto, lanciate verso il cielo, ravvicinate come a farsi coraggio, arrampicate nel vuoto tra di esse da una scaletta dall’aspetto fragile. Solo in cima, sotto la copertura piatta, una ridicola campanella appesa indicava che quello era un campanile.
Intorno i palazzoni di edilizia popolare della legge 167, anonimamente tristi. Resi forse ancor più tristi da enormi murales colorati di dubbia qualità artistica e difficile interpretazione, ammesso che avessero un qualche significato da trasmettere.
Alle spalle, su un muretto vecchio ma intonacato di fresco, che delimitava un ampio spazio malamente alberato, erano state deposte con, colori leggeri, sagome infantili che sembravano rincorrere la speranza di un mondo migliore. Alla fine del muretto sorgeva da cespugli sommariamente dipinti, un San Giovanni Battista emaciato invitante a venerate un Cristo ascendente che si perdeva tra i rami cadenti di un salice sporto oltre il muretto, forse un salice iconoclasta.
Il cielo minacciosamente blu, dietro la massa bianca della chiesa, prometteva ancora giorni infernali e notti bollenti.
Gli era sembrato che il tempo intorno a lui avesse improvvisamente rallentato, anzi che stesse per fermarsi.
Si ricordava di esserci già passato da quelle parti, raramente e diverso tempo prima; mai si era guardato intorno prima, troppo ostica l’immediata sensazione di squallore che l’insieme trasmetteva.
La chiesa, un cubo candido, anch’esso di marmo, rifrangente la luce meridiana, proponeva solo una stretta striscia di vetro verso la sommità come sorgente di illuminazione naturale. Non era mai entrato in quella chiesa, era d’altronde parecchio tempo che non entrava in una qualunque chiesa se non con intenti turistici, ma sentiva che se non fosse entrato, subito, sarebbe stato calcinato, lì fuori sul sagrato, dal sole malvagio, nel tempo ormai immobile.
E poi gli era rimasta la curiosità (Infantile? Antropologica? Culturale?) di capire il senso e l’origine di quel sorriso, quello sguardo sul mondo, così rasserenate. No, non era curiosità, era una necessità; si rendeva conto che averlo casualmente incrociato era una opportunità irrinunciabile di ricavare un pur minimo sollievo all’angoscia che lo stringeva ogni volta che la sua mente fosse confrontata alla realtà del mondo appena fuori di lui.
Era entrato, spingendo con sorprendente facilità il massiccio portale, e subito era stato preso da una stretta al petto, come un’improvvisa oppressione.
Si era aspettato la fresca oscurità devota, vagamente soffusa di essenze odorose e cere bruciate, che era solito incontrare nelle tante chiese visitate in giro per il mondo. Soprattutto l’idea del fresco riparo dal caldo appiccicoso aveva sostenuto la sua decisione di entrare abusivamente in quel luogo sacro.
Da turista ateo portava sempre con sé il rispetto ammirato per la fede altrui fattasi materia, sempre più spesso obbligandosi a superare il disagio creato dalla mercificazione dei tempi e dalla irreggimentazione dei flussi da parte dei nuovi mercanti del tempio.
Ma quelle altissime pareti bianche, quasi prive di ogni decorazione, l’altare, il pulpito e qualche scultura di una modernità scostante, i banchi di legno chiarissimo, la luce sfrontata che irrompeva dalle finestre in alto, tutto l’insieme lo aveva messo a disagio. Certo la temperatura dell’aria era gradevole rispetto all’inferno di fuori ma dentro di sé aveva improvvisamente sentito un grumo di gelida estraneità.
Tutto quello che lo circondava non gli apparteneva, si sentiva estraneo a quel posto come raramente gli era capitato. Demoralizzato stava già per uscirsene quando la macchia nera là sulla destra gli aveva ricordato la ragione del suo ingresso.
Pur immobile, pareva l’unica presenza vivente; se ne stava in una cappella laterale che inizialmente era sfuggita alla sua vista, sulla quale pioveva una luce sporcata da una vetrata con colori pallidissimi. Nel banco di fondo, inginocchiata, le mani giunte appoggiate sul banco, la testa china su di esse. Il velo scivolato in avanti aveva nascosto il ciuffo candido, nonostante la postura trasmetteva ancora quella sensazione di serenità consapevole che tanto lo aveva impressionato sul sagrato.
Non aveva ancora deciso se e come accostare la donna; non sapeva ancora con quale speranza l’avrebbe eventualmente fatto. Sicuramente non era ancora il momento.
Mentre aspettava e senza perderla di vista, si era avvicinato alle sculture moderne che occupavano incongruamente quello spazio quasi ospedaliero. Appesa al muro, quasi invisibile, in grigio chiarissimo su fondo bianco, contro la parete candida, aveva letto: “Nel suo silenzio postmetafisico e nella sua ancestrale iconicità, l’arte di Mimmo Paladino è stata capace di ascoltare la metrica nascosta dello spazio dell’aula assecondandola e al contempo sovvertendola poeticamente, introducendo in essa valenze inaspettate e sorprendenti. …” e qui aveva abbandonato. Improvvisamente quel luogo ostile gli faceva tenerezza; gli aveva fatto pensare ad un attore mediocre che si cimenta in un ruolo tragico, consapevole della proprio pochezza. O al bambino che era stato quando, per la prima volta sul palco, aveva dato all’orchestrina la responsabilità di un attacco sbagliato e tutti avevano riso.
L’aveva colta mentre si metteva seduta con un movimento fluido; il ciuffo luminoso era riapparso insieme al sorriso gentile. E si era compiaciuto nel vedere che lei stesse ancora sorridendo anche mentre chiacchierava con il suo Dio. Perché questa era l’impressione; una dolce, anziana signora che chiacchiera con un’amica. D’altronde Papa Luciani l’aveva ben detto, che Dio è anche madre.
E chissà se anche lei era stata madre; e in quel pensiero avrebbe voluto essere stato uno di quegli ipotetici figli cresciuti nell’abbraccio di quel sorriso. Avrebbe voluto essere il centro di quella amichevole conversazione tra lei e il suo Dio Madre.
La parte razionale di sé era insorta cercando di estrarlo da quell’incantesimo malsano che lo stava trascinando in un gorgo di fantasie bacate. Aveva la certezza che la cosa giusta da fare sarebbe stata uscire sul sagrato torrido lasciando alla luce abbacinante il compito di disperdere i fumi ingannatori di quelle fantasie.
Ma se davvero quella donna avesse potuto condividere con lui il segreto di quello sguardo, di quella serenità? Non sarebbe stato un rischio da correre? Che cosa aveva da perdere, in fondo?
Intanto, senza che lo avesse scelto, i suoi passi lo avevano avvicinato, mentre le parole ancora gli mancavano; era entrato nello stesso banco di lei, un po’ discosto, il corpo incerto sulla posizione da occupare. Lei aveva girato lo sguardo cercando il suo, vi aveva letto solo un filo di domanda e di curiosità su di un’ampia superficie di accoglienza. Aveva iniziato il gesto di inginocchiarsi ma si era subito sentito stupido e falso, irriguardoso verso l’assorto inginocchiarsi di lei solo qualche minuto prima. Si era seduto, lentamente, composto, come lei, con le mani giunte in grembo, come lei. Non era imitazione, era eco posturale, spontanea, gentile, disponibile.
Lentamente aveva sentito sciogliersi il senso di estraneità, la delusione, l’insofferenza, le idee malsane; la sua parte razionale si era assopita lasciandolo a gustare uno stato di leggerezza che non conosceva da tempo. Da qualche parte, lontano, sul fondo della sua coscienza, sapeva che prima o poi si sarebbe dovuto dare una spiegazione di quel momento rasserenante. Ma non allora, in quell’allora l’unica possibilità era starci, starci appieno.
Lo sguardo aperto spaziava tutt’intorno senza cercare obiettivi, tutto quel bianco, tutta quella luce lo riempivano di quiete, carezzando d’istante in istante le leggere venature grigie del legno del banco, il porpora della croce sulla copertina del libretto di preghiere appoggiato di fronte a lui, la flebile traccia di azzurro lasciata sul pavimento dalla luce attraverso la vetrata, il morbido tono rosato della pietra leccese del pulpito.
Appena oltre il limite del suo sguardo sentiva confortante la presenza del ciuffo candido sotto il velo nero. Poi la sua voce, come se l’era aspettata: dolce, leggermente roca, con un gradevole accento del sud. “Ti piace questa chiesa? Sei straniero?”.
L’ultima domanda aveva il tono di scusa, come si fosse resa conto che rivolgersi in italiano a qualcuno che forse era straniero fosse mancanza di rispetto, maleducazione o peggio indifferenza.
Aveva risposto imbarazzato di no e non molto, che preferiva le chiese un po’ più “classiche”. “Dio è dappertutto” aveva ribattuto lei, poi, accentuando il sorriso, “Banale, vero? Ma è nelle semplici verità quotidiane che troviamo la nostra pace. Se vorrai, di’ una preghiera per me. Io ne dirò una per te. Domani”.
Gli aveva sfiorato leggermente una mano, si era alzata lentamente ed era uscita da dietro il banco. Aveva rapidamente appoggiato un ginocchio a terra e si era rialzata con una agilità invidiabile. Anche per uno molto più giovane di lei. Ma forse non era poi così anziana, si era reso conto di non averla mai guardata bene in faccia, neanche durante il breve scambio di battute.
Il leggero soffio del portale che si richiudeva alla spalle della donna gli avevano ricordato che non era riuscito a farle nessuna delle domande che lo avevano spinto a entrare. Ma non era importante, aveva la risposta.
È nelle semplici verità quotidiane che troviamo la nostra pace.
Lui non l’aveva ancora trovata. Chissà, non aveva cercato abbastanza. O non abbastanza a fondo.
