provò ad appoggiarsi alla sommità dello pneumatico di un’auto in sosta

Gli si era slacciata una stringa della scarpa; si guardò intorno per cercare dove appoggiarsi per riannodarla. Ormai anche quella semplice operazione gli era diventata difficile; di flettersi non c’era proprio verso, avrebbe potuto mettere un ginocchio a terra ma lo stato del marciapiede non lo invogliava certo.

In mancanza di meglio provò ad appoggiarsi alla sommità dello pneumatico di un’auto in sosta, sperando che non arrivasse il padrone, si sarebbe senza dubbio e senza ragione, arrabbiato. Anche così gli risultava faticoso, sono davvero messo male.

Si rialzò con un accenno di affanno e subito gli sembrò che il mondo intero volesse sfuggirgli di sotto, anche i giramenti di testa adesso!

Fu costretto ad appoggiarsi al palo di un cartello stradale lì vicino. Mentre aspettava che il mondo si fermasse… “Fermate il mondo, voglio scendere”, chissà da dove gli arrivava questa citazione. In quel momento non aveva però pensieri rivoluzionari, gli bastava poter riprendere a camminare senza sbandare come un vecchio ubriacone.

Mentre aspettava pazientemente che il mondo si fermasse, attaccato al palo come ad una zattera di salvataggio nel mare dell’indifferenza diffusa, sperava che nessuno si accorgesse del suo disagio ed emergendo da quel mare, gli si avvicinasse per proporgli una qualche forma di aiuto; ricordava con una misto di rabbia e di orgoglio ferito quando, unica volta per il momento, una bella ragazza aveva forse scambiato il suo sguardo incantato per una richiesta e gli aveva offerto il proprio posto a sedere in metrò. Gli era sembrato di arrossire come un adolescente colto in fallo e che tutta la carrozza si girasse a guardarlo con sospetto. Da quella volta su tutti i mezzi stava attento a mettersi di fronte a persone dalle quali non gli sembrava potersi aspettare gesti di gentilezza indesiderati e per lui offensivi: anziani più di lui, ragazzini maleducati, cioè tutti, e immigrati. Si rendeva perfettamente conto che questa classificazione puzzava molto di razzismo, certo involontario ma per questo più pericoloso, ma si autogiustificava dicendosi che mica ci stava a pensare su, al momento, era una costatazione “a posteriori”. Era un grande esperto nella scoperta di autogiustificazioni “a posteriori”.

Quando tutto intorno a lui sembrava rientrato in un equilibrio accettabile, provò cautamente a lasciare la zattera, ok, sto in piedi diritto! Non abbastanza sicuro però per riprendere la sua passeggiata che per essere utile doveva per forza essere sportiva.

Guardandosi intorno non si rese subito conto di dove fosse, era certo di esserci già passato da quelle parti ma non le conosceva bene. Non era strano, quando faceva le sue passeggiate veloci restava concentrato sul passo, sul respiro e sul battito del suo cuore, lasciando alle gambe di scegliere per lui direzioni e deviazioni. Gli era già più volte capitato di ricorrere al navigatore del telefono per orientare il ritorno quando il suo cuore gli aveva segnalato che era tempo di invertire la marcia.

Proprio di fronte a lui scorse l’ingresso di un piccolo bar, avrebbe potuto sedersi un poco, non che fosse stanco, un po’ spaventato forse. Un caffè, forse meglio un tè, non sembrava posto da tisane, chissà…

Entrato si ritrovò in una atmosfera inattesa: intanto il posto era molto buio, forse perché fuori la giornata era particolarmente luminosa? Poi era molto più ampio di come l’ingresso lasciasse immaginare, riusciva a intravedere un grande banco; sulla destra uno spazio le cui luci verdi facevano pensare alle sale da biliardo della sua giovinezza, dall’altra parte diversi tavolini e, gli sembrava, addirittura dei separé.

Percepiva la presenza di diverse persone ma riusciva a vedere solo il barista, un omone dall’aria inquietante, e al banco un cliente appoggiato su di un gomito. Gli altri, se davvero c’erano altri, dovevano essere nascosti nell’ombra, come nell’inferno dantesco. Ed erano tutti assolutamente silenziosi, hanno smesso improvvisamente di parlare e di muoversi non appena sono entrato, e mi stanno guardando, tutti! E io sto diventando paranoico, per di più!

Quello che certamente lo stava guardando, silenzioso, immobile, che maleducato ma dove sono capitato? era il barista. Mi siedo laggiù disse con finta sicurezza, era da sempre abituato a simulare sicurezza, indicando un punto imprecisato sulla sinistra e vi si diresse sperando di non sbattere su un tavolino o peggio su qualcuno.

Intanto i suoi occhi si erano un po’ abituati e riuscì a trovare un tavolino, vuoto, come quasi tutti quelli che riusciva a vedere. Le persone sedute, tutti uomini gli sembrava, rimanevano ferme in silenzio. Solo quando lo fu anche lui, seduto, fermo, in silenzio, sopra le voci che lentamente avevano preso a spandersi leggere nell’aria, dal banco sentì “Qui non facciamo servizio ai tavoli”. Era una voce squillante assolutamente inadatta al fisico del tizio e per questo ancora più inquietante. Potevi dirmelo anche prima, no? Ma invece rispose va bene un attimo e arrivo.

Gli occhi pian piano adattati alla penombra gli facevano adesso apparire quattro o cinque tavolini occupati, c’era anche qualche donna ma si confondeva facilmente visto che tutti erano vestiti più o meno allo stesso modo, si sarebbe detto tipo bikers americani. A ben guardare tutto il locale aveva un’aria da provincia americana, non sapeva bene perché, questa era l’impressione. Che poi non ci era mai stato in un locale da bikers della provincia americana, si rifaceva all’idea che se ne era fatto dai film.

Ogni tanto qualcuno si alzava per andare al banco riportando indietro quelli che sembravano boccali di birra, a meno che la sua immaginazione non stesse solo fornendogli immagini coerenti. E aveva anche l’impressione che il barista ogni tanto gli lanciasse un’occhiata sempre più sospettosa, addirittura minacciosa.

Quando sentì di essere tornato saldo sulle gambe e forte nello spirito fece per alzarsi, poi decise di aspettare ancora un po’, solo per fargli dispetto a quello là. Infantile, certo, ma molto divertente.

Ma doveva pure alzarsi prima o poi. Che non c’è mica tanto da divertirsi qui, mi guardano tutti. E hanno smesso di parlare. Ma che cos’ho di così strano. Forse non entrano spesso estranei. Ma è sempre un bar aperto al pubblico, mica un circolo privato. Forse pensano di farmi paura, a me! Che ho fatto il ’68! Che provino a fermarmi! Avete tisane?

Negli occhi del barista lo sguardo sospettoso sparì lasciando il vuoto; la mascella cadente tradiva la totale incredulità davanti ad una domanda tanto incongrua. Un tè allora? Nemmeno tè, evidentemente. Un succo di frutta?

Sparì sotto il banco; dopo qualche momento e qualche tintinnio di bottiglie, ne riemerse la voce chioccia “Pera, albicocca, ananas, ace”. Ananas, grazie. Non avrei sperato in una scelta così ampia… Anche questo in fondo è divertente. Forse il mio senso dell’umorismo ha bisogno di un ritocco.

Ritornò al tavolo con la sua bottiglietta e con il passo deciso del vincitore. Avrei dovuto chiedere un bicchiere ma quello sembrava sprofondato sotto il banco, forse si vergognava di avermi chiesto cinque euro, cinque euro per un succo, avrei dovuto dirgli qualcosa.

Concentrato sull’equilibrio tra timore e spavalderia non si era reso conto che ancora una volta tutte le voci si erano taciute; era in piedi di fianco alla sua sedia e li guardava dall’alto, ascoltando il lento riprendere delle voci, un tappeto sonoro monotono e, adesso, minaccioso.

L’uomo al tavolo più vicino si era completamente girato sulla sedia per guardarlo direttamente e gli diceva qualcosa che non riusciva a capire. Anche gli altri sconosciuti, tutti, si erano girati verso di lui e gli parlavano. Dalla sala verde là in fondo una voce di donna. Si girò verso la ragazza: lunghi capelli biondi, una minigonna nera, sembrava di pelle come il gilè, pure nero, sulla camicetta rossa con le maniche corte, impugnava una stecca da biliardo come una lancia, assomigliava terribilmente a Barbara, la ragazzina che aveva disperatamente inseguito negli anni del liceo.

E gridava contro di lui. Vecchio! Ecco diceva proprio così: vecchio. E anche gli altri, tutti gli altri: vecchio, Vecchio, VECCHIO. E mentre la luce del locale cresceva lampeggiando, il barista avanzava verso di lui. Vecchio diceva.

Strinse forte gli occhi, gli faceva male la testa, appoggiò la bottiglietta di succo alla fronte, aveva la consistenza di un tubo di metallo malamente verniciato.

Le voci smisero di urlare, forse si erano stancate. Non osava riaprire gli occhi, poi la luce si fece più forte, il freddo del palo cominciava a tormentarlo, una donna lo stava guardando incuriosita, si era chinata per incrociare dal di sotto il suo sguardo puntato a terra.

Perché non ti fai i fatti tuoi, non ho bisogno di niente. Come lo avesse sentito la donna si raddrizzò girandosi verso la carrozzina che tratteneva con la destra. Da lì un bambinetto lo guardava serio come spesso i bambini sanno fare, la sua bocca fremeva come per parlargli, lui leggeva sulle labbra: Vecchio!

La mano gli tremava leggermente mentre cercava di tirar fuori dalla tasca il fazzoletto di cotone (e chi usa più fazzoletti di cotone?) per asciugare il po’ di bava che gli era scesa all’angolo della bocca. Vecchio, tremolante e bavoso!

Lanciò uno sguardo di accusa al bambino nella carrozzina, vorrei vederti te alla mia età! Il bambino rispose con uno di quei sorrisi che solo loro sanno fare. Piccolo ruffiano, non penserai mica di farti perdonare, adesso ti faccio vedere io!

Raddrizzò alla meglio la schiena staccandosi dal palo e cominciò a camminare incerto nella sua migliore imitazione di una camminata sportiva. I giovani d’oggi non hanno più alcun rispetto, anzi si prendono gioco…

Lo sguardo tra il compassionevole e l’inquieto dell’uomo che incrociava il suo passo traballante gli fece prendere coscienza che stava parlando ad alta voce, come un vecchio.

uno di quei sorrisi che solo loro sanno fare