aperta allo scorrere dei pensieri volutamente senza controllo

Era forse il momento che preferiva: dopo essersi ingegnato per riempire al meglio le lunghe ore della sua lunga giornata da pensionato, dopo aver completato il rito quotidiano della cena, starsene semiaffondato sul divano, tirare in lungo prima di andare a letto, tanto non sarebbe riuscito a dormire, non presto almeno.

Se ne stava lì, metà della mente impegnata in giochini più o meno stupidi sull’ipad, l’altra metà aperta allo scorrere dei pensieri volutamente senza controllo. Brandelli di ricordi combinati in spirali di sogni, liste della spesa per completare progetti forse irrealizzabili, sicuramente non realizzati, riflessioni sull’impoverimento linguistico dovuto alla perdita del participio futuro.

Ogni tanto da questo fluire disordinato emergevano relitti che si spiaggiavano sulla sabbia della sua memoria, che imponevano, più tardi, forse domani, o dopo ancora, una rielaborazione che avrebbe condotto, che so, ad una sperimentazione culinaria, all’incipit di un racconto o magari ad una proposta di confronto o di scambio di opinioni con la moglie.

Già, la moglie. Con lei condivideva quasi tutti i momenti della giornata, battibeccavano sempre, tanto per movimentare un rapporto che la reciproca conoscenza avrebbe altrimenti precipitato in un abisso di noia. Ma quel momento no.

Lei se ne stava seduta all’altro capo del divano, ben attenta a non assumere posizioni faticose per la schiena, guardava qualcosa in televisione. Con le cuffie, per non disturbarlo. Spesso erano dibattiti politici che lui trovava falsi e ripetitivi o programmi culturali: Angela, prima il padre, adesso il figlio, Augias, Barbero, Cazzullo… Insomma roba cosi.

Quelle due o tre ore quotidiane di silenzio tra loro erano per lui la continua conferma di un rapporto sicuro. Ogni tanto allungava una mano a sfiorarle la coscia, forse per ricordarle che era lì, o per assicurarsi che non se ne fosse andata.

Ma quella sera una sensazione sgradevole l’aveva sorpreso. Improvvisamente vigile aveva colto in lei un disequilibrio, forse una leggera alterazione del ritmo del respiro. La guardò: stava seduta eretta, impettita era l’aggettivo che gli si affacciò alla mente, lo sguardo fisso sullo schermo della televisione, dai suoi begli occhi azzurri scendevano lacrime. Non erano lacrime in realtà, le lacrime, pensava, sono gocce discrete, quelli erano piuttosto flussi continui di liquido incolore. Ma non era il momento per disquisizioni semantiche.

Istintivamente guardò allo schermo; scorrevano, ancora una volte, le immagini di bambini malnutriti e delle case distrutte di Gaza. Si protese verso di lei prendendole una mano. “Dai, non fare così!” La voce gli era uscita più dura di come avrebbe voluto, voleva essere un conforto sembrava un ordine. “Che cosa c’è? È successo qualcosa?” Certo intendeva: qualcosa di nuovo, di più grave, terrificante, crudele, ma che cosa avrebbe potuto essere di più di tutto quello che da mesi ormai si cercava di dimenticare, di far accettare come normale, logico, giustificabile. Che cosa stupida da domandare “È successo qualcosa?”

Senza guardarlo lei scosse appena la testa e lui interpretò “No! Certo che no! Là tutto è già successo” “E allora?”

Fece come per girare lo sguardo verso di lui ma evidentemente la fatica era troppa. Le lacrime, non erano lacrime, almeno non sembravano, l’aveva già stabilito, continuavano a scendere e questo gli faceva paura. Gli sembrava che qualunque cosa lei avesse detto o lui avesse detto, qualsiasi gesto avrebbe congelato il momento e le lacrime, che lacrime non erano, avrebbero continuato a fluire fino a creare un lago che nessuno sarebbe più riuscito ad attraversare. Quindi se ne stava immobile, in silenzio, aspettando.

“Tutti intorno a me muoiono.” Disse lei alla fine.

Certo, alla nostra età, pensò, è normale! È normale che tanti se ne siano andati. Quelli che quando eravamo giovani erano già grandi, vecchi addirittura, ci è sembrato normale. Quelli, troppi, che sono morti giovani, troppo giovani, disgrazie, incidenti, malattie ingiuste, ci è sembrato normale, triste ma normale, alcune delle tante ingiustizie della vita ma normale. Da qualche anno sono quelli che hanno più o meno la tua età, e a questa età comincia a esser normale e tu ti senti fortunato. O saggio. Usi bene la tua vita, mangi bene, fai vita attiva, non fumi, non bevi, non è solo fortuna.

Poi ti rendi conto che tutti quelli che sono sui necrologi del Corriere sono nati dopo di te, che sei arrivato nella parte schiacciata della gaussiana, che sei uscito dalla norma. Che tanti che conosci o che hai conosciuto non li vedrai più è normale, che tu ne legga, meno. Non sei più “normale”.

Tutti questi pensieri lo attraversavano affollandosi ma mica poteva condividerli con lei! Si raddrizzò avvicinandosi, le prese una mano appoggiandosela sulla spalla e l’abbracciò, leggero. Con la bocca appoggiata al suo orecchio le sussurrò “Io ci sarò. Sempre”.

Un brivido, un sussulto, una impercettibile levata di spalle. Lui, che nel tempo aveva imparato a interpretare, tradusse “Non è questo” “Che cosa allora?” le sussurrò ancora. Ma non si aspettava risposta.

Tutti moriremo, pensò, tutti moriamo un poco ogni giorno; il mondo muore un poco ogni giorno. Intorno a te, intorno a me, intorno a tutti. Perché oggi questo pensiero ti turba, perché oggi? Con l’autunno hai rinnovato i fiori nel giardino che oggi, rientrando dalla spesa, ci ha regalato inaspettati colori. Stiamo progettando un grande viaggio per questa primavera, tra due mesi risaliremo al nord per passare il Natale con figli e nipoti. Trasciniamo un’esistenza in fondo serena, senza carenze e senza eccessi. Non vediamo nuvole sul nostro futuro privato. Riusciamo quasi, ragionevolmente, a lasciare fuori dalla nostra vita, guerre, politiche infami, economie rapaci, disastri ambientali incombenti o lontani. Da dove viene tutta questa tristezza? Resta con me, qui, al sicuro su questo divano.

Questo pensava ma non poteva dirlo, a che sarebbe servito? Gli era chiaro che quelle lacrime, che lacrime non erano, non avevano una ragione e nessuna ragione avrebbe potuto arginarle. Avrebbe dovuto saper parlare alla sua anima ma non ne conosceva davvero le parole.

La strinse un po’ più forte, appena un poco. Rimasero lì per qualche momento poi lei lo allontanò teneramente con una carezza. I suoi begli occhi azzurri erano asciutti e sulle labbra appariva una lieve traccia di sorriso.

Si alzò e mentre si dirigeva verso la camera lasciando scivolare la mano lungo il suo braccio, le sue lacrime, che lacrime non erano mai state, si fecero parole.

“Anche qui, ogni tanto, la vita ci raggiunge”.

sulle labbra appariva una lieve traccia di sorriso