
Quei pochi che l’avevano vista raccontavano di una villona modernissima a due piani; il primo, semiaffondato nel fianco della collina, era dipinto grigio scuro, quasi nero, quello superiore, che a est era a livello del terreno e che sporgeva da quello inferiore di un buon paio di metri per lato, aveva muri bianchi ed enormi vetrate su tre lati. Il terrazzo sovrastante era delimitato da una balaustra in muratura e vetro che ricordava vagamente la merlatura di un castello.
Quando era morto il Toni, vecchissimo e senza parenti conosciuti in valle, il suo terreno che copriva tutta la cima della collinetta sopra il paese, ormai da anni incolto, era praticamente tornato selvaggio. Qualcuno aveva cercato di approfittarne seminando senza diritto gli appezzamenti migliori ma ogni tentativo si era infranto più sull’invidia cattiva dei vicini che sui controlli di una proprietà ignota.
Poi si era sparsa la voce che al municipio del capoluogo giù in basso erano arrivati i documenti e i progetti per una grande costruzione. C’era chi sapeva – per sicuro! – che fosse una società araba, chi russa, altri sudamericana, sicuramente straniera, il più sicuro di tutti era il Berto: cinese! Il Berto era un po’ l’oracolo del paese, sapeva sempre tutto di tutto – per sicuro! -; dopo aver imparato a memoria il libretto rosso di Mao ed essersi sentito tradito dai successori, attribuiva ai cinesi la responsabilità di ogni cambiamento nel mondo. E tutti sanno che il mondo cambia sempre in peggio!
Nessuno sapeva dire come i titoli di quella sperduta proprietà fossero arrivati così lontano. Quanto alla costruzione tutti davano per certo che sarebbe stato un albergo di lusso, magari con un casinò, avrebbe forse portato un po’ di lavoro in valle ed in paese, certo avrebbe portato confusione. Il Berto sapeva, per sicuro, che avrebbe portato guai, enormi guai.
Don Adelmo aveva mobilitato tutte le vecchie devote del paese e cercato di convincere il sindaco a fare qualcosa per impedirlo; fare che cosa per impedire che cosa, don Adelmo non avrebbe potuto dirlo. Intanto, con le sue vecchie, avrebbe pregato. Di più.
Tutti in paese aspettavano con ansia e curiosità gli sviluppi della situazione.
Un giorno erano arrivate squadre di operai e mezzi pesanti. Come prima cosa avevano realizzato una specie di villaggio di tende dal quale gli operai non sarebbero praticamente mai usciti; quindi addio ai sogni di facili guadagni per i due bar del paese. I valligiani avevano poi visto piazzare un alto recinto di legno tutt’intorno alla proprietà, che tra l’altro così si rivelava più vasta di quello che i vecchi ricordavano; aveva un’aria vagamente minacciosa quindi solo i più coraggiosi o forse i più incoscienti, si erano avvicinati abbastanza per vedere che all’interno del recinto non ancora completato l’attività era iniziata frenetica.
Il Giovanni del Pepi si vantava di essere arrivato proprio al margine della proprietà, nella parte ancora non recintata, dove qualcuno aveva lasciato una evidente traccia di polvere rossa che ne segnava il confine; mentre stava ancora decidendo se ignorare o meno l’implicito invito non superare il segno, un tizio grande e grosso era spuntato da dietro i cespugli e gli si era piazzato proprio davanti, senza una parola ma con un atteggiamento inequivocabile.
E il Giovanni gli sembrava di averla scampata bella. Ma era uno che di frottole ne raccontava parecchie, chissà se era vero! Sta di fatto che nessuno più aveva tentato di intrufolarsi o almeno nessuno più lo aveva raccontato.
Certo che la curiosità rimaneva alta tra la gente del paese e ogni novità osservata sull’unica strada che saliva alla proprietà – c’era sempre qualcuno ad osservare – dava adito a interpretazioni, ipotesi e alle inspiegabili certezze del Berto che animavano pomeriggi e serate al bar del Gigi.
Quei pochi che volevano sfuggire le discussioni e la confusione bevevano, in silenzio, al bar del dottore.
Il dottore era uno venuto dalla città diversi anni prima quando aveva ereditato il bar dal nonno. Pian piano il suo locale era diventato un po’ più “elegante”, gli eccessi alcolici e vocali poco tollerati, erano apparsi alcuni giornali e, oltre agli immancabili mazzi di carte, un paio di scacchiere economiche dove gli adulti giocavano a dama.
Ma nei frequenti momenti di stanca, quando nel bar semivuoto nessuno aveva bisogno di lui, il dottore si sedeva ad un tavolo dal quale poteva tenere tutto sotto controllo e che ospitava in permanenza tre o quattro libri di tecnica di gioco e una splendida scacchiera con i pezzi finemente modellati. Un esperto avrebbe forse riconosciuto palissandro, bosso e legno d’acero. Il dottore sedeva concentrato, ogni tanto muoveva un pezzo, a volte si immergeva nella lettura. Non c’era mai stato bisogno di indicazioni o divieti espliciti, nessuno si sedeva mai a quel tavolo. Fino a quando…
Il Piero della Lia era entrato a cercare il nonno che sonnecchiava tranquillo in un angolo, era la prima volta. Appena vista la scacchiera si era bloccato, fissandola ad occhi spalancati. Il dottore lo osservava in silenzio da dietro il bancone. Quando, dopo un bel po’, il Piero girandosi con un piccolo sobbalzo ne incrociò lo sguardo, con un sorriso tranquillo il dottore gli chiese “Sai giocare?”. L’espressione del Piero significava: “Sì, un poco”. “Dove hai imparato?”, abbassato lo sguardo con voce appena percettibile: “Al mare in colonia, poi più”. Il dottore uscì dal bancone e si sedette al suo solito posto, fece spazio davanti a sé scostando i libri e sistemò i pezzi per una nuova partita. Piero lo guardava attento ma aspettò il suo cenno di invito per accomodarsi davanti a lui. Aveva i bianchi, pedone in e4, pedone in e5, cavallo in f3, cavallo in c6, alfiere in c4. Cinque mosse in meno di cinque secondi, il dottore si fermò a guardare il ragazzo con un grande sorriso “Apertura classica. Adesso cominciamo davvero!”
Nel bar del dottore si sarebbe detto che il terreno del Toni e la strada che ci arrivava fossero stati cancellati dalla terra.
Invece il traffico dei camion carichi di materiale continuava; intenso per settimane, per mesi. Ogni tanto si erano visti insoliti macchinoni neri con i finestrini oscurati (russi, diceva qualcuno, indiani, dicevano altri, no cinesi *****! Concludeva il Berto che usava rafforzare le proprie certezze con un linguaggio non propriamente signorile), spesso grosse Mercedes.
Si erano viste ripartire le macchine movimento terra. I camion che passavano sulla strada avevano cominciato a portare impianti, infissi, poi attrezzature da giardino, arredi. Almeno così si riusciva a dedurre dalle scritte su carrozzerie e teloni. Dalla valle salivano anche pezzetti di notizie e pettegolezzi così strettamente intrecciati da essere alla fine indistinguibili: che le pratiche edilizie e legali relative alla proprietà erano seguite da studi di professionisti di Roma per conto di una società svizzera (capitali arabi! No russi! Sudamericani è impossibile, CINESI! *****! Ancora ‘sti cinesi, ce l’hai proprio su co’ ‘sti cinesi! Ma i ticinesi non sono svizzeri? Alfredino aveva quasi cinquant’anni ma ragionava ancora come un bambino). Che ci sarebbe venuto ad abitare un pentito di mafia o forse un attore di Hollywood (non siamo mica sul lago di Como!), avrebbero aperto un centro di disintossicazione per figli di ricconi (noi drogati qui non ne vogliamo! Magari anche stranieri!), una stazione di spionaggio degli americani (vi ricordate quanti neri c’erano tra gli operai!). No! Cinesi! Turna! Aridaje!
Pian piano il traffico si era diradato fino a cessare. Per qualche settimana sulla cima della collina tutto era rimasto immobile. E silenzioso.
Ma il fragore delle chiacchiere che saliva dagli uffici pubblici della valle teneva alta l’attenzione dei clienti del bar del Gigi. Pareva avessero fatto domanda di residenza in Via della Torre numero 13, tali Armando Estevez e Corazon Mercado, cittadini filippini, coniugati, trasferiti da Weiningen (Svizzera).
Che la strada che risaliva la collina fosse censita come Via della Torre era una novità per tutti, Berto era certo di ricordarsi che molti anni prima, quando il Toni era ancora vivo, il terreno in cima alla collina era chiamato così: la torre. Ma nessun’altro condivideva questa certezza. Perché poi all’unica costruzione presente fosse stato assegnato il numero 13, un mistero.
Qualche giorno dopo apparve in paese un’auto mai vista prima, un pick up sicuramente di fabbricazione asiatica, a detta degli esperti, forse cinese, per una volta opinione condivisa, nuova di pacca, nera. La coppia di mezza età che ne scese di fronte al negozio della Alda corrispondeva esattamente all’immagine che i più si erano fatta di Armando e Corazon: una coppia di domestici filippini, alla faccia degli stereotipi consolidati.
I due, dopo aver osservato attentamente lo scarso assortimento, si informarono sulla provenienza di frutta e verdura e di cosa fosse possibile approvvigionarsi direttamente da produttori della zona.
Lui con poche parole in un italiano migliore della maggior parte degli abitanti, lei ascoltava sempre in silenzio. Ringraziarono con grandi sorrisi Alda per le informazioni lasciandole l’impressione che sarebbero stati buoni clienti se avesse migliorato la qualità dell’offerta e risalirono in macchina verso la proprietà in cima alla collina.
Nelle settimane seguenti i due scesero diverse volte in paese facendo sempre perno al negozio di Alda, ascoltando sempre con attenzione discreta le chiacchiere della negoziante con gli altri clienti che sempre più spesso incrociavano lì. Parlavano poco, cercavano la migliore qualità, erano sempre gentili e sorridenti, mai una parola che facesse un minimo di luce sul perché e il percome della loro presenza e sulla villa.
La curiosità della gente portò rapidamente ad un deciso incremento di clienti e di incassi del negozio, facendo di Alda la più grande sostenitrice dell’opinione che in fondo la villa e i suoi abitanti erano un bene per tutti. Opinione contrastata da molti: i contrari a ogni novità, chi vedeva nella riservatezza dei due chiari segni di qualcosa di losco, i frustrati dell’informazione e, naturalmente, don Adelmo.
Don Adelmo era il parroco della valle, era lui che si doveva curare del vacillante benessere spirituale dei paesani, che diceva messa ogni domenica alle 9 nella piccola cappella di San Vito. Da persona istruita sapeva che i filippini sono cattolici e aveva immaginato un subitaneo incremento, e svecchiamento, del numero dei fedeli; da curato comprensivo aveva lasciato ai due nuovi venuti il tempo per organizzarsi e prendere confidenza con i luoghi e le usanze. Dopo tre settimane aveva concluso che erano sicuramente dei poco di buono, un vero pericolo per il paese e per i suoi giovani.
Il Piero era tornato più volte al bar del dottore; quando era possibile questi si sedeva con lui a giocare partite veloci nelle quali aveva sempre la meglio ma il ragazzo imparava rapidamente e le vittorie diventavano sempre più impegnative. Quando nel bar c’era gente Piero si metteva a studiare partite dei grandi maestri sui libri del dottore.
Dopo che la Lia era venuta a controllare con la scusa di cercare il nonno, le visite si erano fatte più frequenti e il dottore aveva avuto l’autorizzazione di offrire al ragazzo una bibita, non più di una però.
Poi si era aggiunto il cugino, Piero della Elena detto Pierino, che conosceva appena le mosse ma era lì per imparare. O forse erano le bibite gratis che l’avevano attirato come gli altri due o tre ragazzini che costituivano la quasi totalità della popolazione giovane del paese.
Il Piero della Lia, che era il più grande del gruppo, si era dimostrato, oltre che un ottimo giocatore, un grande organizzatore: gestiva i turni sulle due scacchiere “pubbliche”, quella “bella” era riservata a lui e al dottore, e verificava che i ragazzi si meritassero Coca Cola e aranciate impegnandosi nello studio della teoria e nella pratica del gioco.
Solo quando il professor Rinaldi che insegnava scienze nella medie del capoluogo era venuto a chiedere il permesso di far partecipare un paio dei suoi ragazzi particolarmente dotati, a suo avviso, anche se lui non era proprio un esperto di scacchi, il dottore si era reso conto di aver iniziato qualcosa di importante.
Don Adelmo ne era certo: un altro pericolo per il paese e per i suoi giovani. Già di giovani in paese ce n’era pochi se poi quei pochi cominciavano a gravitare attorno al bar del dottore che con quella barba doveva essere senz’altro comunista…
Sapeva che l’azione del demonio si manifesta sempre attraverso piccoli cambiamenti che inizialmente possono sembrare innocui ma che alla fine si rivelano sempre dannosi, deleteri, fatali, funesti, irreparabili, micidiali, nocivi, perniciosi, rovinosi. La competenza linguistica di don Adelmo era in questo campo senza uguali.
Quei due cambiamenti che si stavano sviluppando negli stessi momenti ai due estremi del paese erano davvero tanto anche per la fiducia che aveva nella profonda bontà dei piani dell’Altissimo; si domandava quali peccati avevano potuto commettere i suoi fedeli per attirare tutto quel male. Senza che lui se ne rendesse conto.
Il giorno che il pick-up nero senza fermarsi alla bottega dell’Alda prese la discesa per arrestarsi davanti al bar del dottore, per tutti i testimoni di quell’evento inatteso sembrò che il tempo si fosse fermato. Per i seguaci di don Adelmo era il realizzarsi di una profezia funesta.
Armando scese dal pick-up e ne estrasse una semplice borsa di tela, osservò per un attimo la facciata dell’edificio e la desolata vetrina del bar, poi entrò. Nessuno sul momento parve far caso all’insolito evento; il dottore accucciato sotto il bancone stava sistemando qualcosa nel frigorifero, Piero alla sua scacchiera (ormai la considerava anche sua) replicava le mosse di una qualche partita di grandi maestri seguendone attentamente i commenti sul libro davanti a sé. Una coppia di ragazzini giocava su una delle altre scacchiere sotto lo sguardo attento di altri tre.
Armando osservava la scena; girando lentamente lo sguardo sul locale sembrava ispezionarne ogni angolo, ogni dettaglio. Il suo viso non lasciava trasparire alcuna emozione. Intanto il dottore era riemerso dalla sua fatica: “Desidera?”. Armando, senza rispondere, tese la mano aperta verso il tavolo di Piero sollevando le sopracciglia in una domanda muta. Altrettanto in silenzio il dottore acconsentì con un cenno della testa.
Armando si avvicinò al tavolo aspettando che Piero lo notasse; quando questo sollevò la testa con aria interrogativa, Armando ripeté il gesto indicando la scacchiera. Dopo un pausa piena di dubbi Piero annuì. Armando poggiò a terra la borsa e guardando fisso Pietro negli occhi mosse la torre nera in d6. Piero gettò una rapida occhiata sul libro, era la mossa giusta; rispose con cavallo in F5, era la mossa del maestro in quella antica partita. Torre in c6, la mossa di Armando non era quella descritta sul libro, il suo sguardo non si era spostato e la sua espressione non era cambiata ma Piero ne colse il messaggio, indicò all’imprevisto avversario di sedersi, chiuse il libro e fece la sua mossa.
Nel bar il silenzio si era fatto ancor più profondo, tutti si erano lentamente raccolti attorno alla scacchiera di Piero e seguivano con attenzione l’evolversi della situazione. La partita proseguiva, Armando non distoglieva lo sguardo da Piero, Piero era concentrato sulla scacchiera. Dopo sei mosse per parte Armando rovesciò il re nero e tese la mano a Piero sorridendo per la prima volta da quando era entrato nel bar, si alzò, raccolse la sua borsa e, sempre solo con lo sguardo invitò il dottore ad allontanarsi dal gruppetto. Piero era certo che la partita avrebbe potuto continuare e non aveva idea di chi avrebbe potuto uscirne davvero vincitore.
Armando vuotò la borsa di tela porgendo al dottore due scacchiere complete, non erano certo artistiche come quella sulla quale aveva appena giocato ma ben migliori delle due pubbliche. Le scacchiere sembravano usate ma in ottimo stato. “Per la sua scuola” “Veramente non è una scuola…” cominciò il dottore un po’ confuso. “Non ci sono ragazze?” Lo interruppe Armando. “Veramente no”, il dottore si sentiva imbarazzato senza bene capirne il perché. “Peccato, grazie per l’ospitalità e scusi il disturbo”. Armando si diresse verso la porta con la sua borsa ormai vuota inseguito da un “Ma si immagini, grazie a lei” e dagli sguardi curiosi dei ragazzi e attonito di Piero.
Fuori dal bar si era raccolto un gruppetto di curiosi che si era precipitato all’inseguimento del pick-up senza però osare entrare nel bar. Appena Armando si era allontanato, le mamme di due dei ragazzi si erano precipitate all’interno recuperando la prole per salvarla da un qualche sconosciuto pericolo, altri coraggiosi guidati dal Berto erano entrati nel locale con aria indifferente per cercare di capire quale strano fenomeno stava mettendo sottosopra la vita già fin troppo scombussolata del paese. Dentro tutto sembrava troppo tranquillo.
Ma non era finita lì; forse conseguenza di quella strana visita fu l’unirsi di Francesca e Mariarosa al gruppetto dei ragazzi che il professor Rinaldi accompagnava ogni venerdì pomeriggio dal dottore e che, sempre dopo averne ottenuto il permesso entusiasta, avevano cominciato a venire anche il martedì accompagnati a turno da una delle mamme. Don Adelmo e le sua truppa orante raccoglievano altro materiale per le loro preghiere.
Francesca si era fatta forte della domanda di Armando in quel pomeriggio che ormai era diventato patrimonio comune dettagliatissimo, diffuso dalle chiacchiere dei presenti e anche degli assenti, per indossare nella sua fantasia i panni di Beth Harmon, la Regina degli scacchi; Mariarosa l’aveva, come sempre, seguita. All’inizio aveva fatto fatica ad essere accettata al tavolo di gioco dai maschi che si reputavano molto più avanti di lei ma anche grazie al sostegno di Piero che del gruppo era arbitro riconosciuto, aveva cominciato a farsi conoscere. Ed era brava, brava davvero.
Nel paese la vita proseguiva sui nuovi binari senza scosse, una grande Mercedes nera con i finestrini oscurati scendeva in valle e risaliva la via della Torre circa un paio di volte al mese; Armando si presentava al bar del dottore ogni due venerdì, osservando sempre in silenzio le partite in corso, a volte tutte le scacchiere erano occupate. Piero che usciva ormai sistematicamente vincitore dai confronti con il dottore, oltre che con tutti gli altri ragazzi, aveva più volte invitato Armando a sedersi al tavolo ma aveva rinunciato di fronte ai suoi ripetuti dinieghi.
Un giorno mentre Armando stava per entrare nel bar fu sorpreso dal clamore che ne usciva accompagnato da un appaluso prolungato. Non fu sorpreso nel sapere che per la prima volta Piero aveva chiesto di pattare una partita né che il suo avversario fosse Francesca.
Erano passati diversi mesi da quel pomeriggio, Francesca aveva due volte sconfitto Piero, più spesso pattato e ormai non aveva nel gruppo altri al suo livello, neppure il dottore. Francesca era stata ammessa all’uso della scacchiera di palissandro. Ben altre novità stavano per attraversare il paese.
Armando era entrato come al suo solito ma invece di avvicinarsi ai tavoli da gioco si era diretto al banco per consegnare al dottore un pacchetto di buste: “Se per lei non è un disturbo potrebbe farle avere ai destinatari e raccogliere le riposte? Passerò la prossima settimana, sempre se per lei non è un disturbo” E uscì senza neppure aspettare la risposta.
Le buste erano per il dottore, Piero, Francesca, la Lia mamma di Piero e una signora che il dottore scoprì essere la mamma di Francesca. Per un attimo si domandò come Armando avesse raccolto nomi e indirizzi.
Le buste avevano tutte il medesimo contenuto: un elegante biglietto di cartoncino beige, come le buste, che riportava a stampa un invito.
Gentile Signor (o Signora) … ho il piacere di invitarla venerdì (con la data di quindici giorni dopo) alle ore 16 per un incontro informale nella mia residenza di Via della Torre, 13. Grazie per una cortese conferma.
La firma a mano era uno scarabocchio illeggibile.
Inutile dire che questo aveva mandato in confusione i destinatari e il paese al completo ma anche giù il capoluogo e le altre frazioni della valle: qualcuno sarebbe finalmente entrato nella villa. Ma perché proprio quelli?
Per la prima volta Armando e Corazon furono oggetto, al negozio di Alda, di domande dirette. L’unica reazione degna di nota fu la precisazione che “incontro informale” voleva dire anche abbigliamento informale e, per favore, niente omaggi di qualsivoglia genere. Precisazione che arrivò opportunamente ai destinatari.
Il dottore non aveva problemi a chiudere il bar, gli dispiaceva però lasciare a casa i ragazzi della sua “scuola”; trovò l’accordo con il professor Rinaldi che con una o due delle mamme si sarebbe occupato della sorveglianza.
In cinque un po’ stretti nella Panda del dottore e nei loro vestiti della festa, salirono alla villa accompagnati dagli sguardi curiosi della gente, che poi qualche cosa ce la racconteranno, pensavano i più.
I due filippini li accolsero sorridendo davanti al portone di ingresso e rapidamente li accompagnarono nel salone al piano superiore.
Era un vasto salone completamente vetrato su due lati a sud e ovest; pannelli di tessuto candido smorzavano i raggi del sole lasciando la stanza immersa in una luminosità opalescente. Le altre pareti erano totalmente bianche; su quella più lunga, dove si apriva la porta dalla quale erano entrati, era appoggiato un mobile nero, quasi un parallelepipedo perfetto, ravvivato solo da quattro o cinque oggetti che sembravano trofei d’argento. Sulla parete di fondo, di fianco ad una seconda porta, un mobile analogo all’altro ma sgombro, sormontato da un enorme quadro che al dottore ricordò Mondrian. Avrebbe potuto credere fosse autentico.
Nell’angolo della sala tra le due vetrate tre divani, anch’essi neri, abbracciavano un tavolino in acciaio e cristallo; sul fondo un tavolo di dimensioni considerevoli che sembrava il fratello maggiore di quello, era assistito da una decina sedie coerentemente acciaio e nere.
Ad un capo del tavolo una scacchiera che anche da lontano sembrava un oggetto povero e antico. Sul tavolino due scacchiere di legno, migliori di quelle con i quali si addestravano i ragazzi al bar del dottore senza essere lussuose; i pezzi erano disposti come in una partita iniziata, identica sulle due.
Corazon fece accomodare gli ospiti sui divani, istintivamente Piero e Francesca si erano seduti davanti alle scacchiere, il dottore in mezzo a loro, le due signore sui divanetti laterali. Senza intervalli, come in un balletto ben preparato, Armando entrò dalla porta di fondo spingendo una poltrona a rotelle.
La signora appariva vecchissima, minuscola, avvolta da un grande scialle candido, sfoggiava un tenero sorriso di benvenuto mentre salutava i suoi ospiti, uno per uno, con lo sguardo vivace degli occhi azzurri e un piccolissimo cenno del capo.
“La signora, iniziò Armando, vi ringrazia di aver accettato il suo invito ed è certa che comprenderete che le sue condizioni non le consentono di intrattenere con voi una conversazione più agevole. È stata molto colpita da quanto ha appreso circa il vostro gruppo di scacchisti e dai giovani talenti che vi si sono manifestati. Condividendo questo vostro interesse ha voluto approfondire la vostra conoscenza”.
La mano sinistra della signora si mosse velocemente sulla tastiera di quello che sembrava un piccolo computer fissato al bracciolo della poltrona, dopo una rapida occhiata allo schermo, Armando continuò “Grazie ancora. Dottore le dispiacerebbe raccontarmi l’origine di questo vostro gruppo? So che non le piace il termine scuola”.
Il dottore, un po’ intimorito da quell’atmosfera solenne nonostante il sorriso della signora, raccontò per sommi capi della sua scacchiera ereditata dal nonno materno, dell’apparizione di Piero e dei suoi amici, del professor Rinaldi, dei ragazzi della valle, delle mamme, di Armando. E di Francesca.
La signora seguiva attentamente annuendo di tanto in tanto poi la sua mano suggerì “Grazie. La signora gradirebbe poter giocare con voi due, se la cosa non vi disturba. Muove il bianco”. Piero e Francesca si scambiarono un rapido sguardo poi fecero ciascuno la propria mossa sulla scacchiera di fronte a sé. Avevano avuto il tempo di studiare la situazione della partita; fecero la stessa mossa. Un altro rapido sguardo e un sorrisetto complice.
Guidato dalle indicazioni della signora sullo schermo Armando rispose, le due risposte erano diverse. Le due partite si sviluppavano su percorsi alternativi, le mosse dei ragazzi richiedevano sempre più speso riflessioni impegnative, le risposte della signora quasi sempre immediate. Il dottore cercava di seguire i due campi di gioco ma la complessità delle situazioni era ben superiore alle sue capacità di gioco.
Le mamme erano state conquistate da salatini e pasticcini che Corazon aveva loro silenziosamente servito insieme al tè su piccoli tavolini a rotelle.
Lo sguardo sorridente della signora passava dall’uno all’altra degli avversari, a volte il suo sorriso si allargava compiaciuto di fronte ad una mossa particolarmente brillante, non sembrava guardare mai le scacchiere. A Piero tornava in mente la sua prima, e unica, partita con Armando; oggi potrei sicuramente batterlo, pensava.
Alla dodicesima mossa di Piero la signora non rispose immediatamente; Piero, stupito, alzò lo sguardo, la signora osservava intensamente Francesca che preparava la propria. Dopo la mossa della ragazza, accolta con un sorriso soddisfatto, Armando riprese a tradurre dallo schermo: “La signora è davvero felice di aver potuto conoscere i vostri giovani talenti, purtroppo le sue condizioni non le consentono di prolungare oltre il piacere della vostra compagnia. Vi prega di scusarla. Accettate per favore di essere nostri ospiti e approfittate del piccolo rinfresco. La signora spera di poter ancora avere il piacere di avervi suoi ospiti in futuro”.
La signora, come quando era arrivata, dedicò a ognuno un sorriso e un piccolo cenno del capo poi Corazon spinse fuori la sedia a rotelle dalla porta di fondo.
Tutti erano rimasti immobili, nel silenzio perfetto si udì nettamente il deglutire della mamma di Francesca che era rimasta bloccata a mezz’aria con un pasticcino già addentato. Non appena la porta si fu richiusa dietro le due donne Armando, con un gesto, invitò tutti a seguirlo verso il mobile sotto quello che il dottore aveva pensato un Mondrian, dove, senza che nessuno lo notasse, Corazon aveva allestito un buffet, leggero ma di qualità.
Con discrezione, seguendo l’esempio del dottore che aveva preso l’iniziativa, si servirono di tartine e succhi di frutta. Sempre in silenzio; nessuno osava fiatare, nessuno osava dare voce alle molte domande che vorticavano nella testa di ognuno. In particolare si domandavano che significato dare alla povera scacchiera sul tavolo, così stridente con l’elegante ricchezza del salone.
Tra i pezzi, schierati in posizione iniziale, mancava una torre bianca e una torre bianca, che sembrava appartenere allo stesso insieme, era all’altro capo del tavolo su di un piccolo basamento dorato che prima nessuno aveva notato.
Armando osservava, controllando che tutto fosse a posto; quando si rese conto che l’attenzione era ormai tutta sulla scacchiera, cominciò a raccontare.
Raccontò di un giovane emigrato in un paese lontano, di serate passate in un locale semplice dove si giocava anche a scacchi, della figlia del proprietario della fabbrica appassionata del gioco, di partite, di sguardi, di racconti e di incontri.
Poi la ragazza, incinta, era stata allontanata, il ragazzo costretto a rimpatriare. Nessuno sapeva che portava con sé una torre, un pezzo della scacchiera sulla quale erano soliti giocare. La ragazza non si era mai riavuta dal dolore del distacco forzato, non si era mai voluta sposare e si era dedicata completamente alla bambina che era nata. Le aveva, tra l’altro, insegnato ad amare il “Nobil giuoco” e le aveva parlato della valle lontana dove c’era la Torre e dove i ragazzi giocavano a scacchi.
Raccontò di un pacchetto, fortunosamente recapitato, senza indicazioni sulla provenienza, che conteneva la torre bianca. Di una lunga ricerca delle tracce di un padre sconosciuto e della valle magica dei suoi sogni di bambina.
E della decisione di terminare lì il viaggio, costruire una torre in pietra e concludere la storia.
L’inaspettata, insperata scoperta che nella valle indicata da quella antica torre, davvero i ragazzi giocavano a scacchi, e davvero bene, aveva suggerito alla signora di lasciar proseguire il viaggio verso più accoglienti destinazioni.
La Torre, pensata come una specie di mausoleo per un amore incompiuto, sarebbe potuta diventare un centro di crescita e di conoscenza; al dottore, a Piero, a Francesca e a tutti i ragazzi della valle, la signora aveva deciso di affidare il compito.

Caro Guido,
Stamattina invece delle solite brutte notizie dei quotidiani, mi sono deliziata dalla lettura del tuo racconto.
Le tue parole (miti) mi hanno scaldato il cuore.
Complimenti davvero per l’atmosfera che riesci a creare, per come i tuoi personaggi diventano vivi.
Grazie.
Bellissimo racconto.
Sono stata catturata, sono “stata” nel paese e nei luoghi (il bar, la bottega …)lì ho vissuti.
Mi hai rammentato quel bravissimo scrittore, Andrea Vitali, che scrive di Bellano riuscendo a creare personaggi e tratteggiando i luoghi in modo incredibile e che ti trasporta in quella magica atmosfera del lago.
Complimenti ancora! Bravo Bravo 👏
Un caro abbraccio
Adele
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Grazie Adele!
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Bellissimo racconto.
Bravo, come sempre!
Un abbraccio
Ester
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Grazie carissima, gentile come sempre! Un abbraccio a te!
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