
Un tramonto da cartolina. Il pensiero colse Antonia inaspettato; non era solita pensare per frasi fatte, l’essere un po’ fuori dagli schemi era sempre stato il suo tratto distintivo.
Seduta sulla terrazza di quel piccolo ma ricercato albergo appeso sopra la Costiera Amalfitana aveva davanti a sé un aperitivo, naturalmente analcolico, un futuro da inventare e un tramonto da cartolina.
Il sole era ormai quasi sparito nel mare lasciando nel cielo il ricordo color porpora di un giorno faticoso, la fetta di mare di quella stretta insenatura incorniciata da due pareti di rocce nerissime sembrava… vabbe’, visto che ormai pensiamo per stereotipi, possiamo dirla argento fuso!
Le venne da ridere. E visto che era stata lanciata sulla china obbligata dei cambiamenti, non trattenne il sorriso e al pensiero di che cosa avrebbero potuto pensare le due signore abbondantemente rifatte, vestite come ad una serata elegante in città, che sedute due tavoli più in là l’avevano accolta con sguardi inquisitori quando era arrivata in terrazza, lo lasciò trasformarsi in una risatina.
In effetti le due assunsero immediatamente un’aria lievemente disgustata. Avrebbe voluto ridere loro in faccia ma questa volta si trattenne, non era il caso. Le rimase il sorriso anche all’idea che non si ricordava più da quanto tempo non aveva avuto buone ragioni per ridere e che se ne stesse qui a ridere di sé stessa e dei suoi pensieri per stereotipi e frasi fatte era decisamente di buon auspicio per il futuro.
Doveva approfittare della vacanza per progettare per sé un nuovo futuro. Sapeva per esperienza che per ogni nuovo progetto era necessario conoscere il percorso che aveva portato al nuovo punto di partenza. Ma non era certa di dove fissare l’inizio di questo percorso.
Non due settimane prima quando Carla, la moglie di Alberto, il suo fratellino, si era presentata con la prenotazione di quella settimana in Costiera con un: “È davvero ora che ti prenda del tempo per te senza preoccuparti di nient’altro” e l’aveva di fatto obbligata ad abbandonare la rabbia con la quale si era dedicata a mettere sottosopra la casa e rivoluzionare il suo microscopico giardino.
Tre mesi prima il suo nuovo capo messo lì dai recenti investitori americani l‘aveva chiamata per comunicarle che, come conseguenza della integrazione delle funzioni amministrative delle società del gruppo, la sua posizione era stata soppressa con effetto immediato.
Si era complimentata con sé stessa per come ci aveva visto bene, contro l’ottimismo dei più, immaginando una difficile convivenza tra la tradizione quasi familiare dell’azienda nella quale aveva passato quasi tutta la sua vita lavorativa e la fredda efficienza del fondo di investimento.
Il gruppo le offriva condizioni più che generose: la possibilità di raggiungere a breve i requisiti per un pensionamento anticipato, il mantenimento della sua iscrizione alla assicurazione sanitaria privata e a tutte le convenzioni aziendali come la palestra super attrezzata che lei frequentava spesso, la cessione a valore di bilancio di auto, cellulare e computer (naturalmente rigenerato dall’IT) e una buonuscita che le era sembrata fin eccessiva, ma si vede che ragionava ancora da amministratrice. Inoltre l’azienda le offriva un periodo, un mese o due, di consulenza, anch’essa lautamente pagata, per passare tutti i dossier aperti al collega che li avrebbe presi in carico.
Ci era rimasta male ma qualcosa del genere era ben prevedibile; anche il fatto che lei, donna, sarebbe stata nel novero delle risorse rinunciabili. Quello che proprio non si aspettava e che aveva dato la stura a tutta la sua rabbia erano i sottintesi di quelle “più che generose” condizioni: che lei non avrebbe potuto trovare una diversa occupazione (per anzianità? Per competenza? Per genere?), che avrebbe potuto avere sul suo computer informazioni riservate (e farne cattivo uso?), che un mare di soldi avrebbe potuto frenare le sue eventuali rivendicazioni (ma non ne aveva) o indurla a fare fino in fondo il proprio dovere come se la sua etica non fosse bastata.
Quindi no, grazie! Avrebbe lavorato intensamente come al solito fino a fine mese, avrebbe lasciato auto, cellulare e computer, mantenuto a proprie spese l’assicurazione sanitaria, avrebbe accettato oltre alle indennità di fine rapporto e di preavviso previste per legge, i premi di obiettivo stabiliti dall’azienda rinunciando al diritto di discuterne con l’amministratore delegato.
Forse doveva risalire più indietro. Si ricordava perfettamente quando Alberto le aveva detto che lui e Carla aspettavano un bambino, finalmente. Era stata contenta per loro ma aveva sentito suonare nella sua testa la campanella dell’ultimo giro; tra poco i suoi ovuli residui sarebbero stati troppo stanchi e il suo corpo avrebbe smesso di ricordarle con mensile irritante insistenza che stava mancando al suo ruolo fondamentale di donna: essere madre! Come le ripeteva sempre la zia Betta tutte le volte che i suoi l’avevano portata a farle visita in convento; proprio lei!
Aveva vergognosamente approfittato della sua posizione di zia unica per cercare di viziare quel bambino troppo saggio che troppo saggio era restato da adolescente e ora giovane adulto. Ma la corsa era presto finita e zia Betta l’avrebbe decretata perdente.
Ma lei amava i suoi bilanci come figli, ce ne erano di rosei e altri più scuri, alcuni parti indolori, altri più complessi. Da quando c’erano gli americani erano sempre dolorosissimi. Quello del trimestre precedente, e non sapeva ancora che sarebbe stato per lei l’ultimo, era stato devastante. Ma senza la prospettiva di un prossimo, forse migliore, forse più facile, si sentiva vuota. Forse più inutile di quando aveva dovuto constatare di aver perso l’appuntamento mensile con i suoi ovuli sprecati.
Ripercorrendo all’indietro i possibili punti di partenza della propria storia, ripensò a quando era passata a ragioneria abbandonando il classico al quale l’aveva costretta sua madre che la voleva professoressa. O quando dopo la prima promozione sul lavoro aveva deciso di andarsene a vivere per conto proprio e suo padre aveva garantito per lei di nascosto dalla moglie. A quel tempo non si affittava a ragazze sole!
Come le mancava il suo babbo! In presenza della moglie era sempre silenzioso ma quando erano soli le raccontava storie e leggeva poesie che forse aveva scritto lui stesso, non l’aveva mai saputo con certezza. Non le dava mai consigli né divieti, sua madre bastava e avanzava, ma la sua dolcezza era la coperta calda dove lei poteva rifugiarsi sentendosi protetta.
Carla le diceva che se era rimasta sola era perché in fondo aveva sempre cercato negli uomini il sostituto del padre, a proposito di stereotipi; intelligente, colta, allegra, con un buon mestiere in mano, decisamente piacente aveva attirato non pochi ammiratori ma non quello giusto.
Aveva avuto un paio di storie più serie; con Francesco che era bellissimo e lei giovanissima e inesperta, era finita quando aveva capito che lui cercava solo una buona madre per i suoi figli da venire.
Con Sergio era stato bellissimo fare cose insieme, viaggi a volte avventurosi, discussioni anche aspre ma sempre costruttive e la passione comune per il jazz. Non avevano mai trovato una buona intesa fisica e la delusione aveva loro impedito di restare anche solo buoni amici. Qualche altra storia abbozzata, sempre più rara, fino a che aveva deciso che la possibilità di successo era diventata così bassa da non giustificare più l’investimento di tempo e di energia emotiva.
Incontrava ancora, di tanto in tanto, nei gruppi che frequentava tra musica, teatro e un po’di volontariato sociale, uomini interessanti; meglio averli come amici che perderli inseguendo un sogno che in fondo non era mai davvero stato suo.
Il sole era ormai affogato nell’acqua improvvisamente nera come le rocce che l’abbracciavano e Antonia sentì un brivido improvviso; forse era il freddo umido sparso sulla terrazza, forse il triste bilancio di una vita banale.
Ma sì, lei si era sempre pensata libera, padrona del suo destino, regista più che protagonista del film della sua vita; un unico piano sequenza originale e luminoso. Invece si trovava spettatrice di un film banale: la donna che “sacrifica” la sua vita per la professione e che si scopre nel pieno della maturità, non apprezzata, sola, sull’orlo della depressione.
Macché! No! Non era mica lei quella; sarà stato il tramonto da cartolina, l’umidità che subdolamente l’aveva invasa, la terrazza scura e il triste cocktail analcolico bevuto a metà. Anche se quella poteva sembrare la sua storia, quella non era lei.
Non aveva mai mollato e non era certo pronta a farlo adesso; aveva sempre saputo gestire, anticipare, spesso provocare, mai subire, i cambiamenti intorno a lei. E anche dentro di lei. Ne era convinta!
Represse la voglia improvviso di ordinare un gin tonic, in realtà non si ricordava di averlo mai assaggiato né quindi se potesse piacerle, sapeva soltanto che era alcolico e in quel momento tanto bastava ma faceva ormai troppo freddo e doveva essere già ora di cena, magari un buon piatto caldo avrebbe fatto l’affare. Ancora quel sorriso inabituale; quando era turbata si riscopriva a pensare in francese, e lo trovava divertente.
Si affacciò alla reception per chiedere gli orari del ristorante e dare un’occhiata al menù, giusto per evitare delusioni. La cucina era aperta ininterrottamente dalle 10 alle 2. Per colazione dalle 6 alle 12 e sì, proponevano un’ottima zuppa di pesce che aveva raccolto segnalazioni positive sulle più autorevoli riviste di settore.
Stava per salire in camera a cambiarsi poi si chiese: ma perché? Ma per chi? Avrebbe risparmiato tempo e anticipato il momento del riposo. Quindi si affacciò alla porta del ristorante con abito e viso ancora stazzonati dal lungo viaggio da Milano ma con il passo deciso ed elegante che era stato tante volte oggetto di commenti spesso invidiosi, sempre ammirati e di diversi tentativi falliti di imitazione.
La sala del ristorante fu una gradita sorpresa, calda, elegante ma non pacchiana, una gentile musica in sottofondo (Antonia riconobbe subito la voce di Diana Krall) e personale presente ma non invadente. Fu fatta accomodare in un tavolo accanto alla vetrata che dava sull’insenatura che aveva visto dalla terrazza al piano superiore; nel buio spiccava l’illuminazione della scalinata che portava alla spiaggetta privata, sull’acqua la luna che stava occhieggiando rivelava qualche granello di argento fuso perduto dal sole nella sua fuga.
Pensò che con un gin tonic o due avrebbe anche potuto farsi tentare dall’idea di un bagno di mezzanotte, magari senza costume! Riuscì a nascondere nel tovagliolo la risatina che le era sfuggita ma non le scintille di allegria negli occhi.
Il ristorante era quasi deserto, forse per l’orario; un paio di tavoli più là sedeva una signora, elegante al punto giusto, decisamente carina, doveva avere … quindici? venti? anni meno di lei, o forse li portava molto meglio. Antonia ne sentì lo sguardo e non riuscì a trattenersi da girarsi verso di lei, aveva un sorriso complice e sollevò leggermente il bicchiere come in un brindisi. Antonia abbassò lo sguardo vergognosa – di che cosa poi? – sentendosi arrossire e riprese a ridere nel tovagliolo pensando che non si ricordava più dell’ultima volta che le era capitato.
Le zuppa era buonissima, calda e piccante al punto giusto, e poteva bastare. Di tanto in tanto sentiva su di sé lo sguardo della tizia, riuscì a reprimere la voglia di girarsi ma non lo stupido sorriso che le suscitava; forse un po’ era il calice di bianco, buonissimo, che il maître le aveva suggerito con tale passione da indurla a infrangere la sua regola analcolica; meglio il vino che il gin tonic, si era detta. Certo che quel calice era davvero abbondante e, buono com’era, non riusciva a moderarsi come sapeva avrebbe dovuto.
Si sentiva calda e allegra e non capirne le ragioni le sembrava un’ottima ragione.
Stava cercando di resistere alle profferte del maître circa un dessert quando la sua vicina si sedette con assoluta naturalezza sulla sedia di fronte a lei: “Ma dai, cara, un dessert è proprio quello che ci vuole e qui li fanno gli angeli”.
Qualcuno, non sapeva chi dei tre, optò per una delizia al cioccolato con crema di limone di Sorrento. Anna, così doveva essersi presentata in qualche momento, scansò l’invito ad unirsi a lei con un sorriso che voleva dire, forse: “Già dato!”
Mentre gustava quella delizia, mai nome fu più azzeccato, sentiva lo sguardo di Anna su di sé, sulla sua bocca, su ogni boccone che vi entrava come se lei stessa volesse entrarvi.
Un’altra risatina a metà raccolta dal tovagliolo, al ricordo di un antico corso di comunicazione non verbale con l’invito a guardare l’interlocutore sempre sopra gli occhi perché: “negli occhi può essere imbarazzante, sulla bocca è sempre imbarazzante per le implicite valenze sessuali”. Allo sguardo interrogativo di Anna, Antonia scosse leggermente la testa come per dire “niente, niente, lascia stare”. Ma era certa che la domanda fosse puramente retorica.
Raccolto accuratamente l’ultimo sbaffo di delizia, vuotato d’un solo sorso il calice, Antonia si appoggiò sicura allo schienale della sedia. Guardò Anna dritto negli occhi, non sopra, direttamente negli occhi; Anna sorrideva, non aveva mai smesso da quando si era seduta di fronte a lei. Antonia sorrideva, si sentiva pienamente soddisfatta di sé, del momento, sicura come sempre, pronta a vivere ogni situazione che avesse potuto scoprire nel sorriso di Anna.
Rimasero a guardarsi per un tempo che le sembrava scorrere dolcemente, senza scadenza. Antonia cercava di interpretare quale scintilla scorresse in quello scambio di sorrisi; se l’altra non avesse preso una qualunque iniziativa era pronta a passare quella sera, quella notte e molto oltre, accucciata nel calore di quello scambio. Forse anche perché sentiva le gambe fluide, sicuramente il vino, e non era certa l’avrebbero sorretta se avesse voluto alzarsi.
Anna ebbe una piccola scossa, appoggiò una mano sul tavolo raddrizzando la schiena: “Io prenderei una tisana. Mi fai compagnia?”. Ancora quella irrefrenabile voglia di ridere, non era proprio quello che si sarebbe aspettato, ma perché no? Sempre pronta a tutto! Antonia alla conquista del mondo!
“Con piacere”. Le palpebre involontariamente socchiuse, la voce un po’ più roca del solito, le prime parole che rivolgeva direttamente ad Anna uscirono più seduttive di come si sarebbe aspettata.
Alzandosi con cautela, appoggiandosi appena al tavolo, seguì Anna che la precedeva decisa. L’atmosfera del bar era molto intima, luci bassissime, qualche sussurro e ancora quella musica gentile. Ferme un attimo sulla soglia, le due ragazze (ragazze? Sì! Antonia si pensava così!) incrociarono gli sguardi con un lieve annuire. “Peyroux!”. “Don’t wait too long” aggiunse con aria colpevole Antonia mentre il sorriso di Anna trovava una leggera sfumatura di rimprovero complice.
La scatola delle tisane che il barista propose loro prometteva un arcobaleno di sapori, Anna scelse con gesto esperto una bustina sulle tonalità del rosso. Antonia era curiosa di conoscere attraverso quella scelta un po’ di più della sua nuova amica ma le scritte sulle bustine erano difficili da interpretare nella luce soffusa. Non voleva prendere dalla borsa gli occhiali da lettura, forse un vezzo inadeguato alla sua età ma era la sua età, la sua serata e i suoi occhiali!
Allontanò con dolcezza la scatola delle tisane, affondò un po’ di più nella poltroncina e chiese: “Un gin. Liscio.” E ancora quella stupida risatina che la prendeva di sorpresa. Nell’oscurità non riusciva a interpretare le espressioni di Anna.
E parlavano, guidate con mano ferma da Anna, di cantanti: dalla Peyroux alla Krall e tutte le donne del jazz fino a confessarsi la passione comune per Dee Dee. Poi altre donne, attrici, poete, registe. Anche qualche politica ma solo le migliori, le più grandi, le poche donne rimaste donne in politica.
Non sapeva quanto tempo fosse passato, certamente ore, e nel retrocervello di Antonia si condensava la consapevolezza di quanto consonanti fossero i loro gusti e le loro opinioni e di quanto meravigliosa fosse l’assenza dei: come mai sei qui? Sola? Che fai nella vita? L’assenza di banalità le sembrava un regalo stupendo.
Poi, in una pausa appena più lunga, Anna disse: “Dai, è tardi, a nanna!”. Diede la mano ad Antonia chiaramente in difficoltà ad estrarsi dalla poltrona e decisamente incerta sulla gambe. “Dai che ti accompagno in camera!”
Il cuore di Antonia aveva inserito la quarta mentre cercava di mantenere un dignitoso equilibrio. Stupida, stupida vecchia! Che fai? Perché hai bevuto? Che fai adesso?
Aperta la porta della camera Anna chiese; “Tutto ok? Posso mollarti?”. No! Certo che no! Pensava Antonia, ma la sua testa ballonzolava un sì triste. Si sentì dire biascicando leggermente: “Domani? Che cosa fai? Magari possiamo vederci?”. “Mi dispiace, tesoro, domani torno a casa, viene a prendermi mio marito. Riposati e approfitta della vacanza. Buonanotte”. La sfiorò con un bacio leggerissimo sulle labbra e si allontanò velocemente.
Antonia si lasciò cadere sul letto e pian piano sentì montare dentro di lei quella risata troppo trattenuta e si ritrovò a ridere ad alta voce, e più pensava a che cosa avrebbero immaginato i suoi vicini di stanza, più rideva, più forte.
Quando riuscì a smettere andò a sorridersi allo specchio, era il premio che si concedeva per i successi più grandi. Si spogliò, lentamente, apprezzando ogni centimetro del suo corpo e nuda, come neonata, si addormentò. Sorridendo.

Molto molto carini i tuoi racconti Guido.
Questo l’ho seguito con molto interesse, ma non ho capito molto bene il finale.
E’ un finale da interpretare. Ci devo pensare. Se mi vuoi dare qualche dritta…
Bravo Bravo
Un abbraccio
Adele
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uno scrittore che parla di donne e nella cui scrittura una donna si può ritrovare non è da tutti i giorni. Ottimo questo incontro spontaneo e malizioso!
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Ah, la mia lettrice preferita! E i suoi commenti sempre lusinghieri! Grazie
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Bellissimo racconto Guido e direi anche avvincente, con quel non so che , di dico ma non dico , sogno ma non sogno e comunque molto fine e di classe.
Racconto di una vita dedita al lavoro , vissuta ma che si sarebbe voluta vivere anche e soprattutto in altro modo , godendosi altri attimi e spazi di leggerezza e “divertente pero’ follia” per se’ stessi .
bravo 💪👍
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Grazie Ru! A presto
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