
Quella notte si era svegliato due volte. Ed era andato in bagno.
Non sapeva se si era svegliato per disturbi del sonno o per necessità impellenti, gli sembrava però che alla sua età cominciare ad avere problemi di prostata fosse davvero un po’ presto.
Gli era capitato di non riuscire ad addormentarsi magari perché lo aspettava una giornata impegnativa o di svegliarsi nel mezzo della notte madido di sudore dopo aver cenato con una pizza lievitata male, ma così…
È vero che la sera prima aveva litigato seriamente con sua Madre (la vedeva sempre con la maiuscola), evento inabituale. Nel tempo aveva imparato a lasciarsi scivolare addosso le critiche, i suggerimenti non richiesti, anche le fortunatamente rare intrusioni nelle sue scelte di vita. Aveva deciso, una volta per tutte, di catalogare tutto ciò nel capitolo lei-dice-così-perché-in-fondo-ti-vuole-bene, accettandolo con pazienza e con un sorriso di finta comprensione. Ma la sera prima non ci era proprio riuscito. Anche perché lei questa volta aveva proprio ragione.
Non si ricordava bene come fossero arrivati a toccare l’argomento che entrambi, da mesi, erano riusciti ad accantonare ma tant’è.
In fondo non gli aveva detto nulla che già non sapesse perfettamente ma vedersi spiattellare tante scomode verità, tutte in fila, e da sua Madre poi, lo aveva fatto uscire dai gangheri.
Hai quasi cinquant’anni (non ancora, quarantotto, per la verità), da quando ti sei separato (quando Silvia lo aveva lasciato per mettersi con un suo collega, di lei naturalmente) non hai nemmeno provato a conoscere persone nuove (in fondo tutte e tutti lo annoiavano dopo dodici secondi), sei senza lavoro da otto mesi (“l’azienda si trova in un momento di grande evoluzione e con le tue capacità…”) e non sembra che ti preoccupi per il tuo futuro (con quello che si era fatto pagare per dare le dimissioni il suo futuro non era ancora cominciato), vieni a cena una volta alla settimana come fosse un dovere, dici a stento qualche parola e mangi che sembra per farmi piacere.
Tutto vero. Ma dov’era tutto questo interesse, tutta questa attenzione, quando le cose andavano bene? Quando lei era stata integrata nella grande famiglia di Silvia? Trattata come amica da tutti, come nonna dai tanti nipoti di lei, come ospite di rispetto nei pranzi e nelle cene per le feste, Natale, battesimi, anche un matrimonio? Come mai non si era accorta dei suoi momenti di tristezza? Di un rapporto con Silvia sempre più freddo e distante? Quando quell’ultimo Natale lui aveva disertato invocando una sospetta influenza, lei non aveva battuto ciglio, si era lanciata nella festa arrivando a ballare sui tavoli, gli avevano raccontato buttandoglielo addosso come una colpa! Ma non poteva essere vero!
Era uscito sbattendo la porta, metaforicamente, era troppo educato per farlo davvero, avrebbe voluto fermarsi a bere in un bar come in un romanzo americano ma si era obbligato a scolarsi un’abbondante dose della grappa stravecchia che si impolverava sul ripiano basso del mobile delle pentole da troppi anni.
Si era addormentato di botto. Per poi svegliarsi di notte, due volte.
Le cene a casa di Madre…
A casa di Madre, non “con Madre”. Il solo fatto di pensarle così gli dava da riflettere ma forse riflettere troppo sulle cose non era la ricetta giusta in quel momento.
Le cene a casa di Madre erano forse l’ultimo gesto ordinario e ordinato di quel periodo (ma non era già un po’ lunghetto?) straordinariamente disordinato. Dormire e guardare serie crime occupavano la maggior parte del suo tempo ed erano forse le uniche attività che non gli creavano disagio. No, c’era anche il tener sistemata la casa: non riusciva a farne a meno, vivere nel disordine o nello sporco sarebbe stato superiore alle sue forze. La prima notte dopo che Silvia se ne era andata non aveva rifatto il letto, per farle dispetto, visto che lei ci teneva tanto, al letto impeccabile. Ma già dalla sera dopo era tornato all’abituale, anche se dalla parte rimasta orfana di Silvia qualche irridente pieghina la lasciava sempre, non per scelta, gli veniva automatico.
Dormire era senza dubbio il top, quel momento esatto quando ti accorgi che i tuoi pensieri scappano al tuo controllo e consapevolmente ti abbandoni alle immagini che escono da chissà dove e che sai che al risveglio non le ricorderai… Forse anche per questo quei due risvegli notturni lo disturbavano tanto.
Si preparò un caffè mangiando, nell’attesa che fosse pronto, le parti ancora commestibili di due banane già abbondantemente passate. Il caffè faceva schifo, molto coerente con tutto il resto.
Seduto al tavolo della cucina cercava un qualunque progetto per come passare le prossime ore. Avrebbe potuto riprendere a fumare, mancando di poco la ricorrenza dei dieci anni di astinenza, ma non aveva sigarette in casa. E poi sarà magari anche stato sull’orlo della depressione (anche questo gli aveva detto la sera prima Madre) ma non era mica così stupido! Avrebbe fatto una doccia!
Di solito la faceva la sera, prima di andare a letto. Quando c’era Silvia, tutte le sere, poi un po’ meno regolarmente ma senza esagerare. Anche su di sé non amava lo sporco. E adesso gli sembrava una buona idea lavare via le tracce di quella notte agitata (beh, se si era svegliato due volte, agitata doveva essere stata, anche se a lui non sembrava) e magari un po’ dell’amaro delle parole di Madre. E del sapore schifoso del caffè.
Grande idea la doccia! Scelse con cura i vestiti, rifiutando di infilarsi, come spesso faceva, le prime cose che gli capitavano sotto mano. Si vestiva tutti i giorni, dopo il caffè e il frutto che costituivano la sua colazione abituale. Magari te ne stai tutto il giorno in pigiama, aveva buttato lì Madre la sera prima. Più ci ripensava più saltavano fuori i ricordi sgradevoli della litigata, come poteva davvero anche solo pensarla una cosa del genere? Davvero conosceva così poco di suo figlio?
Era nuovamente arrabbiato, passando davanti allo specchio buttò un’occhiata feroce. Aveva le occhiaie marcate, i mesi di alimentazione non curata avevano arrotondato la zona dello stomaco, i capelli bianchi avevano preso il sopravvento, anche la barba era notevolmente ingrigita.
Ah già, aveva la barba di una settimana, non l’aveva rasata, come faceva di solito, prima di andare a cena da Madre. La sera prima non ci aveva fatto caso, chissà, magari era proprio per questo che lei era stata così sgradevole, lei e le sue stupide convenzioni. Forse l’aveva preso per una mancanza di rispetto, ma guarda tu se una madre deve prendersela per delle cavolate simili. Era proprio una vecchia snob!
Comunque non stava male con la barba. Vestito carino, brizzolato, ancora in forma nonostante tutto; “Propri un bel umett, el mè!” avrebbe detto Silvia dandogli una leggera pacca sulla spalla. Al ricordo sorrise all’immagine nello specchio. Quanto tempo che non sorrideva più, almeno a sé stesso!
Improvvisamente gli venne l’idea di farsi una passeggiata, anche questa mancava da tempo alle sue attività; se ne stava in casa la maggior parte del tempo obbligandosi ad uscire come esercizio salutistico, anche mentale. Faceva la spesa a piccole dosi per farla più spesso, sceglieva negozi abbastanza lontani da casa e tra loro, anche i ristoranti, dove spesso cenava, li sceglieva con criteri geografici più che comparativi (in realtà un po’ anche economici). Anche la cena settimanale con Madre era occasione di una camminata veloce, quasi due chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. E se c’era brutto tempo, se pioveva poco (se pioveva davvero tanto si rassegnava ad andare in macchina) viveva quelle uscite come un gesto di espiazione, gli venivano sempre in mente i fioretti di quando era bambino.
Una vera passeggiata, lenta, senza destinazioni; chissà com’era.
Si ritrovò presto al parchetto vicino a casa, non granché: qualche aiuola, pochi alberi stenti e una macilenta zona giochi per bambini. La panchina evidentemente ridipinta di fresco lo invitava a vivere la lentezza. Si sedette allungando le gambe davanti a sé, i gomiti sollevati oltre le spalle a poggiare sullo schienale, la testa rovesciata all’indietro, gli occhi chiusi. Ascoltava i rumori del parco: i gridolini dei pochi bambini, qualche richiamo di adulti, un misto di nonni, tate e forse qualche mamma, cinguettii di uccelli, rari abbaiare di cani e, in lontananza, il sottofondo sordo del traffico della città.
Madre non l’aveva mai portato a giocare al parco. Almeno non se lo ricordava, forse quand’era piccolo non usava. Ma non si ricordava di aver mai giocato con lei.
Spalancò gli occhi per scacciare la mancanza di quel ricordo; il cielo era di un blu che sembrava finto, cosparso di tracce di nuvole di forme confuse e generi vari. Sembravano le prove buttate giù da un pittore dilettante di scarso talento. Dio le avrebbe fatte meglio, pensò. Io, se fossi Dio, le avrei fatte meglio.
Ogni tanto ci pensava, a come avrebbe fatto il mondo se fosse stato Dio: per prima cosa avrebbe risolto il problema della guida con il sole negli occhi. Assumendo un illuminotecnico migliore o inserendo nel progetto evolutivo della specie un bel paio di palpebre supplementari, trasparenti e fotocromatiche da servire alla bisogna. Poi…
Avrebbe dovuto evitare di fare il genere umano, questo avrebbe risolto davvero tutti i problemi, ma così non ci sarebbe stato nemmeno lui e non avrebbe potuto essere Dio. Il paradosso causale lo stordiva, lasciò cadere il pensiero come gli facesse ribrezzo.
Non aveva ancora voglia di riprendere il cammino e cominciò a guardarsi intorno: nonni, tate e mamme lo annoiarono in meno di dodici secondi, forse qualcosa di interessante avrebbe potuto trovarlo nei bambini ma sapeva di non avere le competenze linguistiche necessarie per stabilire una relazione e comunque nonni, tate e mamme lo avrebbero immediatamente bloccato.
C’era la signora col cane bianco e marrone e le orecchie lunghe; il cane come quelli della regina, non cocker spaniel, un altro nome inglese.
Avanzavano all’unisono, il cane non tirava sul guinzaglio che rimaneva comunque uniformemente teso, lei guardava dritto di fronte a sé, lui pensò che fosse miope. Passo elastico, elegante, inglese appunto, ah cavalier king, così si chiamano i cani di quella marca (Cavalier King Charles spaniel avrebbe appurato un seguito, e non erano nemmeno i cani della regina). Anche il vestito era elegante, bianco e marrone un po’ più scuro di quello del cane. Pensò che con lei non si sarebbe annoiato, non presto almeno.
Gli sembrò di avere il fiato di Madre sul collo che lo incitava a prendere una qualunque iniziativa. A questo siamo arrivati? Abbordare le signore per strada? Madre, dov’è finito il rispetto delle convenienze? L’idea di Madre che ballava sui tavoli (ma non riusciva davvero a crederci) lo fece sorridere per la seconda volta in quella mattina. La signora girò impercettibilmente la testa trattenendo per un istante il respiro poi accelerò come avesse visto un fantasma.
Ah beh! Questo era proprio da ridere! Ma naturalmente se ne guardò bene dal farlo. Un sottile strato di allegria si era depositato nella sua mattinata.
Ok, era ora di cominciare a fare programmi! Seriamente!
Finire la passeggiata. Anzi darsi un obiettivo: quel ristorantino vegano dove ci si sedeva al tavolone insieme a sconosciuti con i quali era quasi obbligatorio scambiare due chiacchiere. Ci era andato un paio di volte con Silvia ma lei si sentiva a disagio. Ottima ragione per tornarci.
Dopo il pranzo leggero, (che mai vuoi mangiare in un ristorante vegano?) ritrovare una panchina tranquilla e fare qualche telefonata. Gianni, Roberto, Alfo, magari qualche altro gli sarebbe venuto in mente. Ah già, la Carla! Insomma quelli che gli sembrava potessero dargli una mano a rimettere in moto il meccanismo delle relazioni. Roberto poi avrebbe potuto dargli qualche dritta sul come rimettersi in pista col lavoro.
Poi, tanto per sicurezza, una visita di controllo da un urologo.
