Sul marciapiede del binario numero 6

Sul marciapiede del binario numero 6 della stazione di Bologna aspettava il solito treno con il solito ritardo. Anzi no: oggi il ritardo era oltre la media. I pannelli della stazione non ne riportavano alcuno ma la sua app dava un ritardo stimato di 23 minuti, ed era una segnalazione di più di mezz’ora prima.

Era stanco e scazzato, era in viaggio praticamente da quattro giorni, anche la notte passata in albergo tra un aereo e un treno non gli era servita a riposarsi né a rasserenarlo. Una serie infinita di disguidi, unita ad una pianificazione non eccellente, gli avevano incasinato il viaggio. Aveva speso una quantità assurda di denaro e non aveva concluso niente. Avrebbe fatto più tardi i conti di quanto tutto questo gli era costato.

Era stanco, scazzato, aveva sonno e gli facevano male i piedi. Uno stupido residuo di orgoglio gli impediva di appollaiarsi sullo spigolo di marmo della balaustra delle scale del sottopasso; quindi se ne stava in piedi, appoggiato sì ma sempre pesante sui piedi.

Era davvero una situazione di merda, ciononostante non si spiegava tutto il fastidio che stava provando, non gli era solito.

Cercò di trovarne le altre eventuali cause uscendo per un attimo dal pensiero della sua situazione.

Dietro di lui una voce stridula che all’inizio gli aveva ricordato quella di Paperino, frantumava l’aria e gli feriva le orecchie. Era del tutto diversa ma gli faceva venire in mente lo stridere del gesso sulla lavagna; altra esperienza che i ragazzi d’oggi non avranno occasione di provare. Lui si ricordava ancora del Ferrario che lo faceva apposta.

Non voleva girarsi, era certo che il proprietario della voce avrebbe colto il fastidio nel suo sguardo e se ne avrebbe avuto a male; non era certo colpa sua se aveva quella voce. A meno che anche lui non lo facesse apposta. Alla fine non riuscì a trattenersi e si girò. Non era un lui, chissà perché lo aveva pensato, era una lei: alta, lunghi capelli biondi, portava un soprabito che parlava di stile e di soldi, da cui uscivano un paio di pantaloni neri, stivaletti neri con un tacco evidente senza essere eccessivo e tra i due una fettina di caviglia ambrata.

Non vedeva il viso, solo uno spicchio di guancia e di naso. Solo uno spicchio ma sufficiente a fargli venire voglia di farsi un giro per vederla meglio. Solo curiosità, badate bene, solo perché gli sembrava che la voce stonasse con quel poco che vedeva di lei.

Superando il fastidio auditivo fece attenzione alle parole: si stava lamentando con qualcuno, non capiva se presente o alla fine di un filo virtuale tirato attraverso l’etere, di qualcuna che aveva fatto qualcosa che lei (lei) non si era meritata con tutto quello che aveva sempre fatto per lei (l’altra).

Senza accorgersene aveva fatto un mezzo giro casuale e alzando spudoratamente gli occhi vide che: stava parlando al telefono, aveva uno sguardo addolorato spremuto in una lacrima, era bellissima.

Improvvisamente tutti i suoi guai svanirono: la stanchezza, la delusione, lo scazzo; consolarla era la sua nuova missione.

Mentre aspettava che lei finisse di parlare – a quello o quella dall’altra parte non lasciava molto spazio – rassicurato dal fatto che non aveva mai sollevato gli occhi da terra, si dedicò all’ esercizio che molti maschi della specie umana compiono di fronte ad una femmina della stessa specie ancor più se piacente: l’analisi valutativo/prospettica.

Non c’è che dire, era carina, forse bellissima era una iperbole. Molto faceva il look elegante, di classe, sottolineato dall’abbigliamento (dall’outfit, direbbero quelli aggiornati), dall’enorme borsetta che in mano ad un’altra sarebbe stata ridicola e dall’impeccabile lunga capigliatura bionda.

Per il resto era di un carino quasi banale; sospese il giudizio sugli occhi al momento troppo occupati ad essere tristi per essere valutati. Nemmeno in prospettiva.

A telefonata conclusa, infilato il telefono in tasca, la guardò rimanere immobile evidentemente immersa in pensieri suoi. Abituato per mestiere ad osservare posture e comunicazione non verbale, si stupì di come la linea delle sue spalle non tradisse il peso che lasciavano intuire le sue parole.

Il fatto che fossero sullo stesso marciapiede sotto il segnaposto della stessa carrozza (la 11, la più lontana dalla carrozza ristoro! Si dimenticava sempre di farlo presente a quelli dell’agenzia), lasciava presumere che avrebbero viaggiato insieme. C’erano pochissimi altri passeggeri nonostante l’orario previsto fosse già abbondantemente superato, poteva sperare in una gestione flessibile dei posti a sedere.

Lasciato passare un tempo a suo parere sufficiente almeno ad asciugare le lacrime, assunse la sua migliore espressione di quello un po’ imbranato che ha bisogno di aiuto che sapeva funzionare bene con tutte le femmine. “Scusi, anche lei va in giù? Sa come mai il treno non arriva?”.

Da qui doveva essere tutto in discesa; tra l’altro la sua voce, ripulita dalle tracce di pianto trattenuto non era più così sgradevole come gli era parso prima. Un sorriso finalmente liberato la faceva salire di diverse posizioni nella scala dell’apprezzamento valutativo/prospettico. E gli occhi poi… Verde scuro, profondi, luminosi…

Aveva da sempre una ben radicata consapevolezza del proprio fascino virile e provava da sempre l’inesorabile necessità di metterlo alla prova. Non che fosse un farfallone, non aveva mai tradito davvero, anche perché era pigro e tradire vuol dire dover mentire e dire le bugie è difficile e faticoso. Si sentiva appagato dal rendersi conto di piacere, di essere accettato abbastanza vicino per ascoltare, farsi raccontare, ricevere un sorriso, magari un tocco fugace, quasi una carezza, su una mano, su di un braccio o su un ginocchio, fossero stati seduti vicini. Non era poi molto.

Gli avevano detto, gli uomini come apprezzamento, le donne come rimprovero, che assumeva sempre, ma solo con le donne, tanto più se carine, un atteggiamento seduttivo. Non lo faceva apposta, gli veniva spontaneo.

Mentre il treno ancora non si vedeva e non poteva neanche consultare la app per non scoprire il gioco, fece in tempo a sapere che avrebbero fatto diverse centinaia di chilometri nella stessa direzione ma che lei sarebbe scesa prima di lui abbastanza lontano da escludere rischi di coinvolgimenti oltre il viaggio.

Qualche volta gli era poi capitato di doversi sottrarre alle profferte di qualcuna che non aveva che capito che in fondo si trattava solo di un gioco ed era sempre stato sgradevole, anche fonte di una pur piccola sofferenza. E lui non voleva davvero fare soffrire nessuno.

Ma non poteva certo celare il suo fascino e rinnegare la propria natura, era in qualche modo condannato a piacere.

Ecco il treno finalmente!

Se appena appena fosse stato possibile avrebbe trovato un modo per sederle vicino, anche se riteneva probabile che fosse lei a prendere l’iniziativa e invitarlo. Si sarebbe fatto raccontare che cosa le aveva fatto quell’ altra, l’avrebbe consolata, magari si sarebbero salutati con un bacio. Anche sulla guancia sarebbe stato fantastico. Chissà che profumo aveva la sua pelle?

Da bravo cavaliere ben educato l’accompagnò al suo posto portandole il trolley pesantissimo che chissà che cosa ci aveva messo dentro. La carrozza era semideserta. Piazzato il trolley aspettò che lei si sistemasse, tirasse fuori il telefono dalla tasca del soprabito prima di appenderlo e si dedicasse alla borsa.

Fuori il carica batteria, la bottiglietta d’acqua, l’astuccio degli occhiali(!?), libro e giornale. Anzi Il Giornale!

“Allora buon viaggio” le disse con il suo migliore sorriso dirigendosi verso il suo posto fortunatamente una decina di file indietro.

Lo raggiunse scuotendo la testa. Il Giornale! Era proprio una giornata di merda!

Era proprio una giornata di merda!