rivolgendo all’autista che lo tiene aperto un suono indistinto

Il giovane monsignore si infila velocemente nello sportello dell’auto rivolgendo all’autista che lo tiene aperto un suono indistinto che potrebbe essere un buongiorno o una benedizione.

“Reverendo desiderate una trapunta durante il viaggio?”, l’autista forse ha notato un piccolo brivido, d’altronde il monsignore è evidentemente troppo poco coperto per quella fredda mattina di Dicembre.

“Grazie, come vi chiamate?” “Alfredo, reverendo” “Grazie Alfredo, sto bene così ma preferirei essere chiamato monsignore” “Certamente monsignore”. Chiusa delicatamente la portiera e riguadagnato il posto di guida, Alfredo, a metà girato verso il sedile posteriore, insiste: “Monsignore, se cambiate idea potete trovare una trapunta leggera sotto lo strapuntino di fronte a voi. Possiamo partire?” E preso il silenzio del suo passeggero per un assenso mette in moto la vettura.

L’Isotta Fraschini scivola quasi senza rumore per le strade di Roma, Giovanni ha lo sguardo perso nel vuoto attraverso il finestrino imbrillantato di gocce; si domanda ancora una volta perché il Signore lo abbia voluto lì e quale disegno abbia per lui. Erano passati solo dieci giorni!

Il Cardinal Eugenio l’ha fatto chiamare. Giovanni lo trova nel suo studio privato con un aspetto molto peggiore dell’ultima volta – ma già, era passato forse più di un mese – semisdraiato in una poltrona che non aveva mai visto prima

Il Cardinale gli porge brevemente l’anello da baciare e gli fa cenno di sedersi sulla sedia di fronte a sé.

“Giovanni, tra poco il Signore mi chiamerà a sé – bloccando con un gesto deciso le proteste doverose ma ipocrite dell’ospite – e avrei davvero voluto che tu fossi qui ad assistere e accompagnare il mio successore. Ma la Chiesa ha bisogno di te altrove. Ho già parlato con Ildefonso, nessuno dovrebbe saperlo ma sarà lui a succedermi – Giovanni si chiede che cosa di ciò suscitasse quello stanco sorriso sul viso sofferente del suo mentore – ed è d’accordo. Si è detto comunque pronto a conoscerti meglio se e quando le imperscrutabili vie del Signore ti riporteranno qui da noi”

Giovanni ci sta capendo poco se non che il suo beneamato Cardinale ha deciso di smettere di combattere la malattia e che lo sta spedendo via. Ma dove? Perché? A che fare?

Tosi fa una lunga pausa guardando fuori dalla finestra dell’ufficio che si affaccia sul Duomo poi rivolge al giovane uno sguardo insolitamente tenero. “Giovanni, non farti troppe domande, accetta con vero spirito di servizio quello che il Signore ha predisposto per te e fai, come sempre, del tuo meglio per compiere la Sua volontà. Appena possibile raggiungerai Roma per consegnare al Cardinale Arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano questa busta. Da lì stai pronto; ricordati che a Roma le cose della Chiesa sono un po’ più complicate che da noi. Stai attento e cerca di capire prima di agire o anche solo di parlare.”

Gli porge l’anello da baciare, Giovanni capisce che è più un addio che un commiato, stringe quella vecchia santa mano per far passare tutto l’affetto che le parole non possono e non devono dire e senza più guardare il vecchio indietreggia fino alla porta della stanza. “Giovanni!” Rialzato lo sguardo vede nella penombra la mano del Cardinale che traccia una benedizione. Sente che ne avrebbe avuto bisogno.

Gli edifici che vede dal finestrino si stanno diradando, stanno uscendo dalla città. Non se l’aspettava, l’inquietudine lo prende alla sprovvista. Era considerato da tutti, dai suoi confratelli, dai suoi superiori, anche dai suoi parenti, una persona che sapeva controllare le emozioni, mantenersi freddo nelle situazioni più difficili, conservare la mente sempre attiva e aperta, reagire prontamente e pacatamente. D’altronde era per questo che era stato indicato per quella incombenza, gli aveva detto il Cardinale Segretario di Stato.

Comincia a sentire il freddo, ricorda il suggerimento di Alfredo e si avvolge nella morbidissima trapunta che ha recuperato. Scruta una eventuale reazione di Alfredo sorprendendosi per primo che la cosa potesse anche solo minimamente interessargli. Deve rapidamente riprendere il controllo. Respira profondamente diverse volte, spera che i documenti nella borsa di pelle che il segretario gli aveva consegnato gli avrebbero chiarito la situazione. In questa situazione piena di incognite si sente profondamente a disagio.

L’Arciprete lacera il sigillo della busta, estrae un foglio ed una ulteriore busta sigillata; dopo qualche riga si ferma scuro in viso e squadra il giovane viaggiatore con aria sospettosa. “Passaporto, prego”. Giovanni non lascia trapelare la sua sorpresa, rapidamente recupera il documento e lo porge all’Arciprete. Questi lo osserva attentamente passando più volte lo sguardo dalla fotografia al viso del giovane che rimane impassibile.

Al termine dell’esame, ancora accigliato e con l’aria poco convinta chiama una suora per farlo accompagnare in una stanza della foresteria. “Le sorelle si occuperanno di voi, chiedete loro per ogni vostra necessità. Fatevi accompagnare da don Cosimo che vi assegnerà una cappella ed un orario per la celebrazione dei sacramenti!”

Nei due giorni che seguono esce dalla cameretta che gli hanno assegnato solo per celebrare la Santa Messa e approfittare della vasta biblioteca dell’Università, anche i pasti gli vengono forniti in camera. Non cerca di parlare con nessuna delle poche persone che incrocia e nessuno lo avvicina. Tenta di annegare nella preghiera e nella lettura le mille inquietudini che la situazione genera, soffre la lontananza del suo direttore spirituale, lo turba il ricordo delle parole del Tosi sulla Chiesa romana.

Poi la terza mattina un giovane prete lo viene a cercare chiedendogli di seguirlo; senza parlare lo precede in una lunga veloce camminata per le strade di Roma. C’era già stato, diversi anni prima, oggi però la situazione insolita, il tempo sempre piovigginoso, l’assenza di ogni interesse turistico nel camminare, danno ai luoghi che rasenta un’aria vagamente minacciosa: il Colosseo, il Foro Romano, Piazza Venezia, Castel Sant’Angelo.

All’accesso da Borgo Santo Spirito lo attende il Cardinale Arciprete; con la sua presenza superano indisturbati i controlli fino all’ufficio di Sua Eminenza il Cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri.

Certo le modalità del suo viaggio fin lì e l’aria di mistero che lo circonda gli avevano fatto immaginare che si trattasse di qualcosa di grosso, forse di eccezionale, ma Giovanni non si sarebbe aspettato fino a tal punto. Come sempre aveva cercato di evitare di farsi domande alle quali non poteva dare risposte ma ora una improvvisa lo coglie al cospetto di quell’uomo potente: “Sarò all’altezza?”

L’Isotta Fraschini continua la sua corsa nella campagna romana, Giovanni vede avvicinarsi le dolci curve dei colli. Se non fosse per il cielo scuro e la pioggia che fastidiosa continua a cadere, il paesaggio sarebbe pacificante, ma così… Il freddo comincia a penetrargli nelle ossa. E la stessa domanda di allora lo agita.

L’umiltà non è tra le sue doti più sviluppate e ripone una sconfinata fiducia nella saggezza della Chiesa e dei suoi servitori illuminati dalla grazia dello Spirito Santo; raddrizza impercettibilmente la schiena e con la faccia sempre impassibile entra nello studio.

Il Cardinale siede dietro una enorme scrivania di legno dorato, finemente intarsiato, non mostra di essersi accorto dell’ingresso di Giovanni continuando a leggere le carte davanti a sé, poi, senza alzare lo sguardo e senza porgere l’anello da baciare, come parlando al vuoto: “Voi siete certamente a conoscenza del grave disagio che Sua Santità e la Chiesa tutta soffrono a causa della ferita che il vostro Stato ha inferto quasi sessant’anni orsono. Ora ci giunge voce che una nuova volontà di redenzione si fa strada nell’animo dei vostri governanti. Sua Santità, nella sua infinita misericordia, ha accettato di porgere orecchio a questa richiesta e nella sua cristiana prudenza ha deciso di operare in modo da non dimostrare soverchio interesse o incondizionata disponibilità. Voi ci siete stato indicato come vigile e fedele servitore della Chiesa, in possesso delle qualità e conoscenze necessarie per costituire un primo punto di ascolto diretto di queste istanze. Non appartenete alla Curia Romana, non avete vissuto da prigioniero di uno Stato straniero, non siete imbevuto dei pregiudizi che ne derivano, non ci avete mai incontrato né avete mai avuto scambi con alcun altro membro della Curia sulla questione. Incontrerete una persona, ascoltate molto, parlate poco, il meno possibile; qualora lo riteniate necessario o anche solo utile avrete a disposizione alcuni appunti che vi consegnerà il nostro segretario. Non apriteli, non leggeteli se prima non ritenete di poterne fare buon uso. Il Signore vi accompagni.” Giovanni retrocede verso la porta aspettandosi una benedizione. Ma la mano del cardinale rimane serrata alle sue carte.

L’Isotta Fraschini si è infilata in una stradina in salita fino ad arrestarsi davanti ad un enorme cancello di ferro battuto riccamente decorato che si apre in un muro alto ma non minaccioso; mentre Alfredo scende, apre senza sforzo apparente il cancello, introduce la macchina e si ferma nuovamente per richiudere, Giovanni si chiede come può un muro apparire minaccioso o meno e se questo sia una buona cosa. Nel frattempo la pioggia è cessata.

Oltre il cancello un piccolo spiazzo di ghiaia circondato da uno stretto collare erboso sembra soffocato da una corona di alberi alti e fitti. Se ne diparte uno stretto viottolo nel quale Alfredo si infila guidando con estrema prudenza; ci si passa appena.

Gli alberi sembrano aver assorbito la poca luce di quel mattino lattiginoso, Giovanni si rende conto di essere prossimo alla meta; le incognite sulla sua missione per la quale non si sente per nulla adeguato e l’atmosfera cupa del luogo pesano sul suo spirito. Si scopre ad eseguire un rapido segno di croce più apotropaico che devoto; lo annota mentalmente tra i temi di discussione con il direttore spirituale.

Quando l’auto si ferma, Giovanni ne salta fuori come a fuggire da una trappola incombente precedendo Alfredo che, sorpreso, si ferma qualche passo indietro ad osservarlo. Si rende conto di essere davvero uno spettacolo: si è fermato, immobile, occhi spalancati e mascella cadente a squadrare la costruzione davanti a lui. Una villa, meglio forse un palazzotto, in quello stile decadente che andava di moda qualche decennio prima detto Art Nouveau. Forse per la luce carente sembra molto più antica di quello che lo stile suggerisce, e più spaventosa.

Una enorme vetrata ellittica al piano terra che lascia immaginare un grande salone retrostante, è oscurata da una terrazza a sbalzo semicircolare, sorretta da due sottili colonnine di ferro, ornate, come la balaustra che la protegge tutta, da pesanti ghirlande con motivi vegetali. Al piano di sopra, a fianco della porta a vetri che consente l’accesso alla terrazza, due grandi finestre circolari lasciano trapelare l’unica illuminazione visibile.

A Giovanni sembra l’orribile faccia di un mostro malvagio pronto a cibarsi delle sue carni innocenti. Pochi secondi forse, poi riprende il controllo della propria espressione, raddrizza le spalle mentre il cuore più lentamente riprende il suo ritmo. Si gira con aria interrogativa verso Alfredo che non dà mostra di averne colto sorpresa e disagio; questi si avvia verso la destra della costruzione dove una lanterna suggerisce un passaggio.

La curiosità per quella strana costruzione e per quella ancor più sorprendente situazione sopravanzano il senso di paura che per un attimo lo ha scosso; segue l’autista guardandosi intorno. Superato il corpo dell’edificio inopinatamente stretto si affacciano su uno spiazzo rettangolare lastricato con un disegno che ricorda quello della piazza del Campidoglio ma che Giovanni sente “sbagliato”.

Sulla sinistra il retro della costruzione che ha così turbato Giovanni è spoglio, in totale contrasto con la facciata; vi si aprono solo alcune piccole finestrelle quadrate al primo piano. Di fronte a lui quella che sembra la facciata asimmetrica di un palazzetto rinascimentale addossato all’altra costruzione.

Uno scalone di pietra semicircolare sale da destra alla porta di ingresso del piano nobile, totalmente scentrata. Giovanni capisce che la costruzione moderna aveva occupato lo spazio dell’ala sinistra del palazzo antico e da lì si era estesa coprendo in parte, come un’escrescenza maligna, quello che doveva essere uno splendido lastricato. E’ ancora possibile scorgere le tracce della preesistente rampa di sinistra dello scalone di accesso. Il tutto è sgraziato, brutto, disturbante. Non può farsi domande sul senso di quell’orribile scempio; deve rimanere concentrato sulla missione.

Ai piedi dello scalone una figura li attende: un anziano signore con un elegante abito scuro, Giovanni non apprezza il gilet che sembra damascato con fili d’argento e l’antiquato fazzoletto da collo di un vistoso celeste. Capigliatura folta, barba e baffi candidi inquadrano uno sguardo altrettanto celeste che, anche di lontano nella luce fioca, sorride all’ospite.

A circa metà del percorso Alfredo si fa da parte e l’anziano si muove incontro al prelato porgendo la mano. “Benvenuto Monsignore, grazie di aver accettato di raggiungermi in questa sperduta magione, se mi consentite vi faccio strada dove potremo stare più comodi” “Grazie…” la sospensione indica una domanda “Potete chiamarmi Avvocato” “Grazie, Avvocato. Vi seguo”.

Giovanni sa di non aver mai visto quell’uomo ma quella faccia la conosce, segue il passo sorprendentemente agile dell’avvocato su per lo scalone poi lungo un corridoio buio, cercando tra ricordi antichi. Quando arrivano a superare tre fastidiosi gradini, il ricordo giusto emerge.

È ancora bambino, il conte suo zio lo ha portato con sé in un suo viaggio d’affari in Francia, anche per rodare il suo francese, aveva detto.

Sono arrivati a un castello tutto bianco immerso in un grande parco; lo zio lo ha lasciato solo per un tempo che a lui sembra lunghissimo, in una stanza enorme dove tutte le pareti sono coperte di ritratti di persone, tutte morte, gli aveva detto lo zio, e a lui fanno davvero paura. Gli sembra che lo guardino minacciose, accusandolo di chissà quali nefandezze. Non deve piangere, non può piangere, gli uomini non piangono, gli aveva detto il conte suo zio quando erano morti i suoi genitori. Cerca di non incontrare lo sguardo di tutti quei morti, ce ne sono più di trecento, gli aveva detto lo zio, ma quegli sguardi lo attirano maligni.

Poi scopre lo sguardo di quell’uomo, l’unico sorridente, l’unico che sembra volerlo aiutare, non consolare. Gli uomini non hanno bisogno di consolazione, solo a volte di aiuto e un vero uomo deve sapere accettare, anche chiedere aiuto quando serve, diceva sempre il conte suo zio. Così Giovanni accetta l’aiuto sorridente di quell’uomo sulla parete e si immagina di parlare con lui di tutte le cose belle che ha visto durante il viaggio, fino a che torna il conte. Lasciando la sala si gira velocemente a salutare il suo silenzioso amico e gli dà un nome: Beauregard, come il castello che lo ospita o che forse lo tiene prigioniero.

Avvocato Beauregard, Giovanni sorride fra sé; chissà se anche lui si sarebbe dimostrato amico.

I tre gradini servono a sanare il dislivello tra i piani delle due costruzioni e di colpo si trovano immersi nell’ammasso di decorazioni sovrabbondanti dell’edificio nuovo; ancora un corridoio verso sinistra e l’avvocato lo introduce in una sala occupata al centro da un grande tavolo ovale nello stesso stile pesante dell’insieme. Le due finestre circolari ai lati della porta finestra sulla parete di fronte e le lampade accese confermano a Giovanni dove sono arrivati; gli sarebbe piaciuto uscire, affacciarsi alla terrazza e vedere se c’era un panorama oltre il bosco scuro.

Appena seduti l’uno di fronte all’altro sui lati lunghi del tavolo, Beauregard, ormai per Giovanni questo è il suo nome, attacca: “Roma è una grande città dove è quasi impossibile conservare un po’ di riservatezza, per questo ho dato la giornata libera a tutta la servitù, Alfredo a parte naturalmente ma su di lui… Quindi dovrete perdonarmi un’accoglienza, diciamo, un po’ spartana. Fortunatamente posso contare sull’aiuto di mia nipote che in questi giorni è con me; posso offrirvi una tazza di tè, una cioccolata, un bicchiere di vino, ho dell’ottimo vino prodotto dai miei contadini dai terreni qui intorno, leggero e fresco come si addice. Ma forse Monsignore desidera qualcos’altro, non avete che da chiedere. Se desiderate riposare qualche tempo prima di cominciare non ci sono difficoltà, posso lasciarvi il tempo che ritenete necessario. Quei sofà sono comodissimi, anche se non sembra”. Sembra che di colpo si sia aperta una diga, le parole dell’avvocato scorrono impetuose, irrefrenabili. Giovanni, fedele alla consegna, non parla, ascolta. La sua mano però non obbedisce e in una brevissima pausa nel flusso ha un rapido sobbalzo impaziente che arresta bruscamente l’avvocato.

“Una tazza di tè andrà benissimo, grazie” “Certo! Senz’altro! Chiamo subito mia nipote! Esperia! Scusate, dovrete essere tollerante con lei, non è ancora accostumata ai doveri di ospitalità. Esperia! Esperia! Ah, eccoti. Grazie Esperia, gradiremmo due tazze di tè, grazie, sei gentile.”

Il flusso delle parole ha ripreso a scorrere ma Giovanni non ascolta più; è tutto preso dall’immagine della ragazza. Deve avere forse 16, 17 anni, non di più. Ha gli occhi dello stesso colore di quelli del nonno ma non sorridono. Un vestito chiaro, semplice, con una fascia dello stesso colore degli occhi, sembra fatta con la stessa stoffa del fazzoletto dell’avvocato. Maniche lunghe, calze bianche, le mani bianchissime come il viso, i capelli biondo scuro raccolti di fianco in due code ricadono poi sciolti oltre le scapole. Un accenno di rosa le labbra, due ombre leggere le narici, le curve più scure delle sopracciglia e gli occhi. Quegli occhi; occhi abbassati, modesti ma non servili, una rapida occhiata come un saluto, occhi tristi o forse spaventati.

Giovanni ha tutto questo nella mente, non ha mai guardato la ragazza, chiunque osservandolo direbbe che sta attentamente ascoltando lo sproloquiare dell’avvocato. Vorrebbe impadronirsi di ogni dettaglio di quella immagine, vorrebbe decifrare il non detto di quegli occhi, essere l’amico, l’aiuto, la salvezza. Cerca di frenare il ribollire dei suoi pensieri, lo scuotimento delle sensazioni, deve rimanere concentrato, deve chiedere aiuto ma chi solo può aiutarlo non si manifesta o forse lui non è capace di vederlo, anche questo annota tra i temi di discussione con il direttore spirituale.

Esperia è svanita, scomparsa dalla vista ma non dalla mente di Giovanni che cerca allo stesso tempo di fissare ogni dettaglio di quella visione e di cancellarla per sempre. Ma sa che sarebbe tornata, non aveva mai desiderato così intensamente una tazza di tè. Non si è mai sentito così confuso, i pensieri vagano privi di direzione, si attorcigliano e si scontrano generando un rombo assordante nelle sue orecchie.

L’avvocato continua ad emettere suoni pieni di considerazioni sul tempo di quell’inverno così freddo e così umido, sulle qualità del tè indiano rispetto a quello cinese, sull’educazione dei giovani che non era più quella di una volta. Nell’attesa del tè.

I pensieri del prete sono un groviglio ribollente, scuro e viscido, si sente attirato, forse vorrebbe lasciarsi andare e dissolversi in essi; tutto sarebbe sparito, la sua educazione, la sua personalità, la sua fede. Già, la sua fede, dov’è ora che ne ha bisogno?

Si alza e si avvia alla porta finestra girando intorno al tavolo, forse ha chiesto permesso all’avvocato. Sì, deve averlo fatto; una educazione come la sua è incontornabile.

Finalmente può chiudere gli occhi e respirare profondamente, cerca di spargere sui suoi pensieri il dolce linimento della preghiera. Nel tempo ha imparato a fare buio nella mente per affidarsi completamente; la fede nella grandezza del Signore, nella saggezza della Chiesa e nella santità dei suoi uomini sulla terra lo hanno sempre guidato fuori da ogni difficoltà attraverso le soluzioni migliori e spinto a superare i dubbi (pochi per la verità) che ha incontrato nel suo percorso terreno. Ma oggi…

È riuscito a cancellare il fastidio della giornata umida e fredda, la sgradevole impressione di quella costruzione sghemba, le domande e i dubbi su quella missione così indefinita ma non riesce ad attenuare lo splendore dell’immagine di Esperia. E forse non lo vuole neppure. Ma sa che deve riuscire a trovare un equilibrio sufficiente a sorreggere, ancora per un po’ almeno, la sua immagine di fronte a Beauregard. Pensarlo con questo nome lo aiuta. E si dice allora che anche l’immagine di Esperia è lì per aiutarlo, mandata dall’Alto forse. Come fosse l’immagine di una santa. Addirittura di Maria.

Sa che sta mentendo a sé stesso ma per adesso va bene così, di questo forse non parlerà con il direttore spirituale. Che cosa è più grave allora: l’ipotesi di reticenza o quella menzogna forse blasfema?

Torna a sedersi al tavolo giusto in tempo per sentire aprirsi la porta alle sue spalle; la ragazza entra, ad un cenno dell’avvocato appoggia incerta sul tavolo un vassoio con tutto l’occorrente. “Grazie Esperia, puoi andare, qui facciamo noi”.

Il monsignore non riesce a controllare il lieve ruotare della testa china e si ritrova a guardarla di sotto in su; lei risponde, gli sguardi si incrociano per più del tempo auspicabile. Forse sul volto di lei fiorisce pallido un sorriso.

“Grazie Esperia, vai pure”. La voce dell’avvocato è appena un po’ più decisa o forse così la intende Giovanni. La ragazza esce senza una parola, non ha mai sentito la sua voce, la immagina. Dolce, calda, angelica.

L’avvocato serve il tè, nero per il prete, con latte e un goccio di miele per sé; lascia a fianco di ogni tazza un piattino con quattro biscotti, rifiutare sarebbe stato scortese anche se per disciplina evita ogni forma di ghiottoneria. Beauregard si risiede, accenna al suo ospite di iniziare ma visto che questi resta immobile solleva la tazza e ne trae due piccoli sorsi. Giovanni lo imita, per cortesia.

Il cielo deve essersi leggermente schiarito, con le finestre alle spalle nella stanza quasi buia, il viso dell’avvocato risulta così quasi invisibile. Certamente lo ha fatto apposta, chissà se ancora sorride, la sua voce sembra più aspra.

“Se voi siete d’accordo… Sapete, io credo che la presenza della Santa Sede sul territorio dello Stato Italiano sia un valore, un vantaggio per entrambi e che sarebbe utile, financo facile trovare delle intese che mettano in evidenza questi vantaggi”. E continua elencando valori, vantaggi e possibili intese; sempre con quel suo eloquio torrenziale che non lascia spazio alcuno all’interlocutore che, da parte sua, fedele alla consegna, si guarda bene da tentare di creare.

“Ascoltate molto, parlate poco, il meno possibile” aveva suggerito il Cardinale ma soprattutto il suo “non avete vissuto da prigioniero di uno Stato straniero” rendono palese a Giovanni che le parole dell’avvocato non sono tali da rendere utile la consultazione degli appunti che gli sono stati consegnati.

Lascia solo una piccola parte di attenzione alle parole dell’avvocato casomai aprissero uno spiraglio a una revisione della condizione di “prigionia” ma sotto la maschera dell’ascolto attento si agitano altre domande: “Dove sarà Esperia? Anche lei si sente prigioniera? Ed io sono forse prigioniero? Vorrei rivederla? Perché? E come? Chiedo aiuto? A chi?”

Ancora una volta è la sua mano a sfuggire al controllo, striscia lentamente sul piano del tavolo, raccoglie un biscotto che ha conosciuto le mani di Esperia e lo porta lentamente alla bocca. Ancora una volta il movimento coincide, o forse provoca, l’interrompersi del flusso di parole.

Giovanni assapora il biscotto. È buonissimo, dolce ma non troppo, il ricordo torna ancora al viaggio in Francia con il conte suo zio. E alla casa di famiglia sul lago di Como ormai vuota da anni. I biscotti di sua madre erano più duri di questi, più rustici, più onesti. Ma come può un biscotto essere più onesto? Questo ha il sapore che devono avere le labbra di Esperia. Ne prenderebbe ancora ma davvero non può.

L’avvocato aspetta pazientemente in silenzio che il giovane monsignore sorbisca ancora qualche sorso di tè. “Grazie Avvocato, le vostre parole sono state davvero illuminanti, forse avremo occasione di parlarne ancora, approfondire”. Ma sa che non è vero, il suo compito finirà riportando a qualcuno, non sa ancora a chi, quelle parole e, forse, le sue impressioni. Forse sarà sufficiente riconsegnare la busta ancora chiusa degli appunti.

Beauregard non ha dato segno di sorpresa, sul suo viso è riapparso il sorriso dell’accoglienza, lo accompagna fino ai piedi dello scalone dove lo attende Alfredo. Fosse stata la moglie, Giovanni avrebbe potuto dire “I miei rispetti alla vostra signora” ma per una ragazzina non conosce le parole, già questo gli sembra un tradimento dell’offerta di amicizia, aiuto, salvezza rimasta inespressa nel suo cuore. La sua nuova vita comincia con un tradimento.

L’Isotta Fraschini ripercorre il tragitto verso la Città Eterna. Non conosce il nome dell’avvocato né saprebbe ritrovare quella orribile costruzione. Neppure vorrebbe. Spera solo di poter presto tornare a Milano.

Ricomincia a piovere, l’auto procede senza scosse, nella leggera sonnolenza che lo accoglie benevola, Giovanni trova le prime risposte.

Dirà addio al direttore spirituale che sa non potergli più essere d’aiuto.

Riaprirà la casa sul lago e imparerà a impastare biscotti. Cercando il sapore delle labbra di Esperia.

lo sguardo di tutti quei morti, ce ne sono più di trecento