Questo testo è stato selezionato e incluso nello spettacolo “La città delle parole” del Teatro Koreja di Lecce a cui oggi appartengono i relativi diritti. Viene pubblicato in questo blog a seguito di autorizzazione per la quale l’autore ringrazia. Resta vietato ogni altro utilizzo.

Ho imparato presto che il modo migliore per camminare in città è guardando in alto. Solo così puoi scoprire piccoli gioielli di pietra risparmiati dall’usura di milioni di passi frettolosi, tracce di un tempo nel quale la bellezza era ancora un dono pubblico e non un tesoro da nascondere.
Vasi di fiori ai balconi, a volte rutilanti di colori di fiamma, a volte stenti ma ancora orgogliosamente vitali, e dietro ogni vaso puoi immaginare mani premurose che li accudiscono come vita preziosa.
Un anziano alla finestra che forse cerca di incrociare il tuo sguardo e scambiare un saluto silenzioso o un giovane che vorrebbe nascondere dietro la tenda la vergogna di consumare a casa ore improduttive non per sua colpa.
E il cielo; il cielo ogni volta così speciale. Il cielo come lo puoi vedere solo lì, in quella strada di quella città, ritagliato con cura in quel profilo unico, inconfondibile.
A volte quel profilo ha la bellezza disordinata di storie secolari intrecciate, smembrate, ricostruite e ancora rimescolate sorpresa dal nostro sguardo in un “un, due, tre, stella” monumentale. A volte ha il rigore algido rigidamente trasferito dalla tavola di un architetto visionario a circondare come mura di una prigione vite sparpagliate di famiglie disfunzionali, fino ad imitare malamente un’opera minore di un pittore cubista.
In certi quartieri, il cielo ha una cornice con i mille colori delle buganville, il bianco dei fiori del gelsomino, il verde delle siepi di pitosforo, gli sbuffi delle palme e di altri alberi che non conosci.
Se osservi bene il cielo sopra la città, puoi riconoscere milioni di occhi che prima di te hanno guardato in alto, magari cercando un augurio, un responso, una speranza. Magari solo per lasciare a terra preoccupazioni quotidiane e difficoltà che appesantiscono il passo. Il cielo sopra la città è uno spazio di fuga, una zona libera nella quale le regole della banalità sono sospese, la tela ideale per disegnare i propri sogni ad occhi aperti, il rifugio per sottrarsi ai doveri della vita sociale.
O forse per incontrare altri sognatori fuori dagli schemi di relazione abituali.
Incontri i vecchi che si ricordano di avere sogni solo guardando questo cielo di città, hanno sogni che assomigliano a ricordi, spesso a rimpianti. Sognano di come sarebbe stato il cielo se quella volta… Sognano di poter incontrare ancora una persona con cui fare un pezzo di strada, due chiacchiere, un gelato al bar di questa città avvolta dalla vampa dello scirocco. Ma non si può restare a casa; allora, contro le raccomandazioni dei telegiornali, vagano per le strade di questa città e non si sentono soli, se guardano il cielo.
Incontri bambini. No! I bambini in realtà non li incontri, i bambini; senti i loro sogni travolgerti in un carnevale continuo di giochi e risate. Non li capisci più i sogni dei bambini, se non lo sei più. Forse te ne ricordi ancora qualcuno, forse puoi fartene raccontare. Forse ti sembreranno senza senso, inutili, irrealizzabili, soprattutto li troverai così grandi che non ricordi più se ne potessero sognare, di così grandi. Ma quello che ti rimane in questo cielo di città è la certezza che finché ci saranno bambini a sognare, anche tu potrai farlo.
Incontri giovani fidanzati che non sanno se sia più importante sognare un tetto al loro amore o un posto fisso, magari in banca come vorrebbe la mamma, perché non sanno quale sogno permetterà loro di realizzare l’altro. Forse sognano di poter un giorno sognare in grande: pace, libertà, giustizia. Come hanno letto nei libri, come gli hanno raccontato gli adolescenti di tanti anni fa, come in una canzone di John Lennon.
Incontri qualche raro adulto di quelli che leggono libri importanti e sognano di essere al centro di un cambiamento che verrà, sicuramente verrà, forse anche prima che diventino vecchi. E sognano di potere, da vecchi, raccontare ai loro nipoti di com’era il mondo prima del cambiamento.
Il cielo delle città non è mai affollato; la città si espande, nuove palazzine mangiano i terreni incolti allargando la periferia o scacciano prepotentemente qualche raro giardinetto o un edificio malridotto appena fuori della circonvallazione. La città si espande e il cemento sottrae spazio ai sogni.
Non ha spazio per i sogni, non ha tempo, chi ha la vita piena di scadenze, di debiti, di rate del mutuo, di carriere da percorrere, di obiettivi da conquistare, di lotte di potere, di figli da accompagnare a mille attività, di immagine da conservare, di lei non sa chi sono io, di che cosa dirà la gente, di ai miei tempi le cose funzionavano.
Non ha spazio per i sogni, non ha forze, chi ha la vita a scadenza, chi ha fame tutti i giorni, chi non sa dove sono finiti i suoi figli, chi non ha mai conosciuto la carezza della mamma, chi viene rifiutato, insultato, picchiato, ucciso ogni giorno, chi non conosce il cielo perché gli hanno insegnato a camminare con gli occhi a terra.
Viviamo in una città spettacolare, dai merletti di Santa Croce ai murales della 167, dalla torre di Belloluogo alla biblioteca OgniBene, dall’Anfiteatro al Koreja; il cielo di questa città unisce tutti i luoghi in un organismo vivente, il cielo di questa città accoglie tutti i sogni di chi sa, di chi può ancora sognare.
Per vivere questa città, per far vivere questa città, c’è bisogno di persone che scaraventino in cielo grandi sogni ed operino nei luoghi della città per aiutare a sognare chi non sa, non può più sognare.

Tutti dovrebbero guardare di più al cielo e riflettere
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Intenso nella sua semplicità.
Il cielo è il rifugio di tutti noi.
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Guido sei sempre bravissimo. Ho letto con grande interesse e piacevolezza il tuo racconto.
Adele
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