
“L’avventura è negli occhi di chi guarda il sole”.
Non so bene che cosa voglia dire, nemmeno se vuol dire qualcosa, solo che mi piaceva come incipit e la lascio!
Dunque ricapitolo per chi si è perso qualche puntata: più di 150 anni in due decidiamo di fare l’esperienza di vivere diversi mesi in Tunisia, Hammamet per la precisione. La motivazione ufficiale è per risparmiare qualche eurino di tasse finanziando così i viaggi che intendiamo fare, ché se non li facciamo adesso che siamo giovani, quando dovremmo?
Poi, diciamocelo, un po’ di voglia di avventura ci sta pure, ché se non la viviamo adesso…
Abbiamo spedito tre scatoloni di roba ASSOLUTAMENTE INDISPENSABILE; il dado è tratto, non si può più tornare indietro. Anche se io sono ancora malato (ma non mi passa mai, eccheccavolo, sono due settimane…?) E un po’ lo stress sale.
Per cercare di contenerlo entro limiti accettabili abbiamo deciso di passare la notte in un Airbnb a Salerno, da dove la nave partirà (♪♪ Partirà, la nave partirà, dove arriverà, questo non si sa ♪♪). Partirà alle 13 ma siccome bisogna presentarsi tre ore prima, con le quattro ore di viaggio farebbe una levataccia. E troppo stress.
Quindi, con tutta calma, rilassati, si fa per dire, partiamo in una bella domenica di sole. La vita ci sorride, qualcuno lassù fa il tifo per noi. Decidiamo di fermarci a mangiare, affidandoci all’istinto puntiamo su un agriturismo che non richiede grandi deviazioni. Bel posto, moderno, pulito ma…
Ci appaiono grandi tavolate imbandite e un cameriere evidentemente avventizio ci segnala che lì (Solo quel giorno? Solo la domenica? Sempre?) si pranza solo a menù fisso e ci snocciola una lista di una dozzina di portate.
Un po’ delusi, sentendoci traditi dalla sorte, stiamo facendo dietro front, quando si manifesta il capo che con fare sbrigativo ci garantisce che possiamo avere quello che vogliamo, senza problemi. Ancora dubbiosi, anche perché la sala si è nel frattempo riempita di un centinaio di persone e temiamo che i tempi di servizio ne risentano, ci accomodiamo.
E invece no! Servizio rapidissimo, un primo, verdure e dessert, buonissimi ad un prezzo più che ragionevole. Ci alziamo soddisfatti e confortati: effettivamente qualcuno lassù fa il tifo per noi. Livello di stress vicino ai minimi.
Ripartiamo sereni fino all’arrivo di un SMS dalla Grimaldi: ”Partenza da Salerno ore 23, check-in entro le 20…”
Improvvisamente l’onda delle possibili problematiche conseguenze sommerge la nostra razionalità: e dove stiamo dalle 11, quando dobbiamo lasciare l’airbnb, alle 20? E quindi arriviamo a Tunisi in piena notte, possiamo chiedere al chi ci deve consegnare le chiavi di aspettarci? O ci dobbiamo trovare un albergo a Tunisi? Lo stress è andato fuori scala, decidiamo di vedere come vanno le cose e adeguarci man mano.
Arriviamo a Salerno, il navigatore ci porta davanti alla telecamera della ZTL, non abbiamo idea, non riusciamo a capire, quanto siamo distanti dalla casa e dal parcheggio dove abbiamo deciso di lasciare la macchina carica di bagagli. Decidiamo di sfidare la sorte e ci inoltriamo nel dedalo dei vicoli della città vecchia. Ci ispiriamo alle abitudini locali e piantiamo la macchina in un posto qualsiasi per proseguire a piedi la ricerca di un indirizzo approssimativo. Dove non c’è nessuno ad aspettarci! Fa un freddo becco, il vento gelido incuneandosi tra i vicoli spegne ogni barlume di umanità in noi, ci sentiamo di poter sbranare qualcuno. Subito!
Telefonata di verifica: “Sì, mo’ arriva!”. Lo stress ormai non esiste più come entità separata da noi. Lo stress siamo noi!
Quando arriva qualcuno, dopo qualche mo’, saliamo con due borse, uno zaino, la cuccia del cane, il cane, qualche rampa di scale che ci porta in un appartamentino. Gelido.
Ci precipitiamo a spostare la macchina, affrontando per tornare alla casa la traversata di una piazza enorme, che sembra di essere a Trieste o anche al polo! Dopo opportune verifiche consolidiamo tre certezze: ci arriverà la multa della ZTL, il riscaldamento si può attivare ma con esiti molto relativi, anche Donatella si è ammalata! In compenso abbiamo accantonato le domande sul futuro del nostro viaggio, il livello di stress non può crescere indefinitamente.
Ne approfittiamo per dare un’occhiata più approfondita all’appartamento: tre ripidi gradini in discesa portano dal pianerottolo ad una specie di ingresso soggiorno, altri tre gradini scendono verso la cucina/tinello ove si apre l’unica finestra, ancora tre gradini in giù e c’è il bagnetto con anche un oblò a livello del suolo, una scaletta di ferro che sale verso la cameretta dove non abbiamo avuto il coraggio di salire e l’antro che contiene la camera da letto, cieca, minuscola e piena di promesse, puntualmente mantenute, di testate a ripetizione per chi decidesse di accedere al letto.
Detto così sembra orribile, invece, oltre ad essere stranamente completo di tutto quello che serve e anche di più, dà l’impressione di essere in una fiaba, tipo casa dei sette nani ricavata in una grotta, o in una puntata dei Flintstones. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, prossimi ormai alla rassegnazione di dover cercare altre soluzioni abitative, riusciamo a far emettere dall’unico split presente in cucina un soffio di aria tiepida. Appureremo col tempo che la temperatura diventa vivibile in soggiorno e, coricandosi completamente vestiti, assicura la sopravvivenza anche in camera da letto.
Ma soprattutto riusciamo a muovere a compassione il proprietario che, a meno di una più che improbabile prenotazione last minute per l’indomani, ci consente di restare fino alla sera successiva scongiurando l’ipotesi di noi accampati al gelo da qualche parte. Sarà questo, sarà l’ambientazione quasi fiabesca, sarà una buona pizza, ci apprestiamo al meritato riposo in condizioni di stress accettabili. Le condizioni fisiche restano disastrose, una continua tosse convulsa ci impedisce di verbalizzare preoccupazioni sospinte verso domani.
La mattina ci accoglie con un sole splendido che non riesce a vincere la battaglia con il vento gelido. Abbiamo deciso di dedicarci alla ricerca del molo d’imbarco visto che le indicazioni in nostro possesso non ci sembrano attendibili, e di un paio di pantaloni per me, l’unico paio che mi sono portato ha deciso di lasciarmi a piedi proprio adesso.
Mentre andiamo a recuperare la macchina arriva la mail dall’agenzia di viaggio con il biglietto modificato con i nuovi orari: partenza ore 23 arrivo ore 16,30. 16,30? Ma come? Il viaggio non dura 24 ore e svizzeri?
Magari non fa lo scalo a Palermo. Come non fa lo scalo? E i nostri scatoloni? Perché dovete sapere che i nostri scatoloni sono partiti da Lecce per Palermo dove il trasportatore li avrebbe caricati sulla nostra stessa nave, ma se non fa lo scalo… Ma no! Non è possibile! Deve esserci un errore!
Giro di telefonate, sempre con l’indicatore dello stress tendente al fuori scala. Ok, come pensavamo, c’è un errore, l’orario di arrivo non è stato aggiornato. Anche se un dubbio da qualche parte rimane, l’orario d’arrivo previsto non era mica così tardi. Per evitare ulteriori angosce rimaniamo su questa linea del tempo.
Quindi ulteriore giro di telefonate per verificare che di notte nessuno ci accoglierebbe ad Hammamet e che dobbiamo quindi trovarci un albergo a Tunisi, ricerca effettuata, prenotazione rinviata, non si sa mai, l’incertezza domina sovrana.
Tralascio i dettagli della lunga ricerca del molo d’imbarco che si conclude con la determinazione di un punto su Google maps e di un paio di pantaloni caldi, fa sempre un freddo becco. Fatto sta che dopo un frugale pasto in uno sperduto e semideserto centro commerciale ottima location per un B-movie horror, ci ritroviamo nella casa delle fiabe, tiepida, ad attendere l’ora fatale.
Con quiete rassegnata, abbandonati ai capricci del destino, privi ormai di ogni velleità di reazione ci mettiamo in moto con ampio anticipo, non si sa mai!
Google maps ci porta davanti ad un cancello. Chiuso e deserto. Sarà troppo presto? Ma forse c’è un’altra strada per raggiungere l’area di imbarco. Altro cancello. Chiuso, deserto ed evidentemente inutilizzato da anni. Lo stress riesce sorprendentemente a farsi strada attraverso strati di stanca rassegnazione. Ideona! Chiamiamo la compagnia di navigazione: sì la posizione e giusta ma Google maps non sa che ci si arriva da un ingresso molto più lontano.
Stavolta ci siamo! Un folto gruppo di macchine tutte stracariche fin oltre il tetto e un folto gruppo di pedoni stracarichi e infreddoliti (saranno qui da stamattina?) ci segnalano che forse è il posto giusto. Una guardia al cancello d’ingresso distoglie un attimo lo sguardo dal suo telefonino per dirci che la nave sta arrivando, dobbiamo metterci lì ed aspettare che saremo chiamati, intanto possiamo fare il check-in. Fatto il check-in (ci hanno anche dato un sacchettino con uno spuntino), ci sentiamo a posto, sempre con i nostri dubbi che nessuno è riuscito a fugare circa l’orario di arrivo.
Passano le ore, abbiamo fame, Donatella azzanna il panino nonostante l’aspetto poco invitante, io, visto le sue reazioni mi tengo la fame. Ma mi scappa la pipì! Nulla in giro di utilizzabile, neanche un angolo buio che mi permetta di sfruttare il privilegio maschile. Torno a chiedere alla guardia al cancello: l’unica toilette è all’interno dell’area portuale ma non è accessibile a piedi, per sicurezza. Quindi? Quindi le chiamo la navetta!
Sì, sì, un pulmino viene a prendermi per portarmi a fare pipì. Da scrivere nel libro delle esperienze. E mi aspetta pure per portarmi indietro. La toilette è una di quelle mobili tipo cantiere, anche questa è per me una esperienza nuova. Ma non vi suggerisco di farla. Al buio totale! E forse neanche con la luce.
Passano altre ore, verso mezzanotte cominciano a imbarcare, tutto succede lentamente e senza logica apparente. Siamo a bordo, naturalmente il ristorante non apre perché è tardi, ceniamo con un thè, un muffin e la conquistata certezza che salteremo lo scalo di Palermo. Chissà, forse è meglio così.
Il viaggio è noia pura. Lo sbarco ci sembra ancora più lento, noi, naturalmente, siamo tra gli ultimi a scendere. Formalità di polizia e di dogana.
I nostri passaporti vengono controllati nove volte da nove persone diverse. Un tale ci prende in carico, in cambio di 100 euro (ci hanno poi detto che era una cifra spropositata anche per gli esosissimi intermediari semiautorizzati), attraverso i meandri burocratici. Compila per noi i moduli (sono solo in arabo!), ci indica quanto dare a chi (100 dinari a questo, a quest’altro bastano 20), ci accompagna dal veterinario, che non avremmo saputo trovare altrimenti, per i documenti di Chanel, sorveglia i doganieri che ci fanno scaricare e aprire tutto il bagaglio. Hanno guardato dentro ogni valigia e ogni borsa, il tizio sembrava indicare che cosa lasciar passare indenne, come le medicine. Insomma ne siamo fuori in tempo adeguato per raggiungere Hammamet in un orario ragionevole.
Attraversiamo con comprensibile inquietudine la zona portuale semideserta e buia, come il centro di Milano cantato da Gaber, poi finalmente sbuchiamo su un viale illuminato e ragionevolmente frequentato dove, alla prima rotonda…
ci fermano al posto blocco. Mitra spianato, aria severa non è proprio il benvenuto che ci aspettavamo; siamo troppo stanchi, scarichi piuttosto, per spaventarci ulteriormente o anche solo stupirci. Siamo italiani su un’auto italiana, quindi siamo i benvenuti. Riusciamo a stirare un sorriso stanco e via, direzione, finalmente Hammamet, dove troviamo, più o meno senza difficoltà, la nostra destinazione. Hamdullah (ma questo ancora non lo sapevamo. Il significato di Hamdullah, intendo.
Che l‘accesso al nostro cortile per parcheggiare e scaricare la macchina sia impedito dalle auto parcheggiate in strada non ci sorprende, né abbiamo alcuna energia per incavolarci. Lo segnaliamo stancamente alla proprietaria venuta a consegnarci le chiavi e che, quando avevamo concluso il contratto, ci aveva assicurato che l’accesso sarebbe stato libero. Assistere alla lite fra tre signore urlanti in arabo avrebbe potuto essere uno spettacolo folkloristico di grande interesse ma è scivolato sulla nostra apatica rassegnazione senza scalfirla.
Dopo un bel po’ una delle urlanti sposta una macchina per lasciarci fare manovra e entrare in cortile; lo sguardo irridente di sfida con il quale ha riguadagnato la posizione (e domattina come usciamo?) è stato il nostro vero benvenuti a casa.

Non è mai troppo tardi!!!
Amalia e franco
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Molto divertente con quel tocco di horror disorientato spesso presente nelle avventure di viaggio!
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